Le carceri esplodono, specchio di diseguaglianza

di Domenico Oliva

Stiamo lavorando assiduamente per ridurre il sovraffollamento delle carceri”. Le parole del ministro della Giustizia Nordio, pronunciate a Napoli durante il 209° anniversario del Corpo di Polizia Penitenziaria, delineano una strategia articolata che punta a intervenire su più livelli. Riduzione della custodia cautelare, percorsi alternativi per i detenuti tossicodipendenti, accordi per i detenuti stranieri e un piano di edilizia penitenziaria da circa 900 milioni di euro per la creazione di oltre diecimila nuovi posti entro il 2027; questo il quadro delle iniziative messe in campo dal Governo. Una strategia che si inserisce in un contesto di emergenza ormai strutturale. Le carceri italiane registrano livelli di sovraffollamento superiori ai limiti, con effetti evidenti sulle condizioni di vita dei detenuti e sul lavoro degli operatori penitenziari. Il problema, tuttavia, non può essere ridotto a una semplice questione numerica. Il sovraffollamento incide sulla qualità della pena e sulla possibilità di attuare il principio costituzionale della funzione rieducativa. Tra le misure indicate dal ministro, la riduzione della carcerazione preventiva rappresenta un passaggio significativo. Limitare il ricorso alla custodia cautelare significa rafforzare la presunzione di innocenza e riportare il carcere alla sua funzione di extrema ratio. Tuttavia, questo obiettivo appare strettamente legato alla capacità del sistema giudiziario di garantire tempi rapidi ed efficienza organizzativa, cosa attualmente inesistente. Senza un intervento radicale sulla macchina della giustizia, infatti, il rischio è che la misura resti difficilmente applicabile su larga scala; ma ancor prima è necessario tener presente che non può esistere vera giustizia penale senza giustizia sociale e una società giusta è una società che previene il crimine attraverso politiche sociali quali lavoro, scuola, sanità, inclusione. In questo contesto si inserisce il confronto con l’Associazione Nazionale Magistrati, che si è dichiarata disponibile a collaborare con il governo dopo le tensioni dei mesi scorsi legate al referendum. Il tema della revisione dell’obbligatorietà dell’azione penale e della definizione di priorità condivise rappresenta uno snodo delicato che richiede equilibrio tra autonomia della magistratura e indirizzo politico. Un vero confronto può contribuire a rendere più razionale l’impiego delle risorse e a incidere sul fenomeno del sovraffollamento. Altro asse di intervento riguarda i detenuti tossicodipendenti per i quali si prevede un ampliamento delle misure alternative alla detenzione con il trasferimento in comunità dedicate. Si tratta di una scelta che va nella direzione di una attenzione al profilo sociale e sanitario della devianza. La dipendenza non può essere affrontata solo con strumenti repressivi ma richiede percorsi di cura e reinserimento. Allo stesso modo la questione dei detenuti stranieri e degli accordi per l’esecuzione della pena nei Paesi di origine rappresenta un tema complesso. Se da un lato può contribuire ad alleggerire la pressione sul sistema penitenziario, dall’altro necessita di garanzie effettive sul rispetto dei diritti fondamentali e di accordi bilaterali solidi. Il rischio, altrimenti, è quello di una risposta più politica che strutturale. Il piano di edilizia penitenziaria costituisce il fulcro quantitativo dell’intervento governativo; la creazione di nuovi posti detentivi, attraverso la costruzione di nuovi istituti e il recupero di quelli esistenti, mira a ridurre il divario tra capienza e presenze. Tuttavia, l’esperienza dimostra che l’aumento degli spazi disponibili non sempre si traduce in una soluzione duratura, soprattutto se non accompagnato da una revisione complessiva delle politiche penali; a ciò si aggiunge il tema delle condizioni di lavoro del personale penitenziario, spesso chiamato a operare in contesti difficili e con risorse limitate. Migliorare il sistema carcerario significa anche investire su queste figure, garantendo formazione, sicurezza e strumenti adeguati. Infine, il riferimento ai progetti di “recidiva zero” basati su lavoro e reinserimento apre una prospettiva più ampia. Ridurre la recidiva significa intervenire sulle cause della devianza, offrendo opportunità concrete di reintegrazione sociale. Senza questi strumenti, il carcere rischia di diventare un luogo di esclusione permanente, incapace di svolgere una funzione trasformativa e implicativo di una riforma che deve essere sociale. Il sovraffollamento carcerario non è solo un problema logistico, è uno specchio delle disuguaglianze sociali. Nelle celle si concentrano povertà, fragilità, dipendenze, marginalità. Per questo serve una riforma organica, che metta al centro la persona, i diritti e la funzione rieducativa della pena, come previsto dalla Costituzione. Non bastano interventi tecnici o emergenziali ma serve una visione politica capace di coniugare sicurezza e giustizia sociale prima ancora che il cittadino delinqua. Le parole del ministro Nordio aprono uno spiraglio di intervento più che un percorso vero ma senza un cambio di paradigma, il rischio è che restino solo parole, mentre dietro le sbarre continua a consumarsi una crisi che parte dalla vita quotidiana e riguarda l’intera società.

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