L’abisso tra guerra in Iran e crisi interna USA

di Rossano Pastura

Nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo, le forze di Israele e Stati Uniti hanno lanciato quella che appare come la più imponente operazione militare degli ultimi anni: un attacco massiccio contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Una buona notizia: l’operazione denominata “Ruggito del Leone” ha messo fine, con la conferma della morte della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei ed altri dirigenti militari e politici, a uno dei più sanguinari e crudeli regimi del pianeta. Ma intorno a questa operazione definita da Israele “attacco preventivo”, i dubbi restano. Ancora una volta constatiamo, e condanniamo, le modalità di un’aggressione unilaterale, decisa da due tra i più controversi leader mondiali attuali: Trump e Netanyahu, la cui credibilità è in forte dubbio, entrambi alle prese con problemi interni di carattere sociale, economico e di consenso. Trump si sta confermando un guerrafondaio, alla faccia della candidatura al Premio Nobel per la Pace, e Netanyahu uno spietato opportunista, concentrato sulla guerra e non sulla pace. L’offensiva, scattata nelle prime ore di sabato 28 febbraio, ha visto l’uso di bombardieri Stealth B-2 americani e jet F-35 israeliani. L’attacco avrebbe dovuto portare alla decapitazione dei vertici del regime iraniano attraverso azioni chirurgiche guidate dal lavoro di Cia e Mossad, i servizi di intelligence più potenti del mondo. Colpiti i centri di comando dei Pasdaran a Teheran. La morte di Khamenei, confermata dai media di stato iraniani dopo un annuncio trionfale di Donald Trump, segna il massimo successo bellico dell’amministrazione statunitense. Ma a pagare il prezzo più alto, nonostante la dichiarata “precisione chirurgica” delle azioni militari, sono quei civili a cui si voleva “regalare” la democrazia. Si parla già di centinaia di morti, tra cui il tragico bilancio di oltre centocinquanta bambine di una scuola a Minab; evento che sta già alimentando le proteste internazionali. Al di là della retorica e della propaganda, evidenziata dal cappellino “Usa” indossato da Donald Trump, che ha parlato di “pericolo per la sicurezza dei cittadini americani”, raccomandando i propri militari a Dio, cosa ha spinto il capo della Casa Bianca ad assecondare la richiesta di intervento sollecitata da Netanyahu? Ricordiamo che il pretesto/minaccia nucleare era già stato disinnescato dai bombardamenti del giugno 2025, che avevano colpito tre siti nucleari iraniani chiave: Fordow, Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. I “malpensanti” raccontano di un ricatto da parte dei vertici israeliani sul presidente Usa legato ai famigerati Epstein files. Volendo rimanere ai fatti conosciuti, c’è sicuramente il crollo dei consensi di Donald “the King” tra i suoi stessi elettori Maga. Il tasso di approvazione di Trump era ai minimi storici nelle settimane precedenti l’attacco, attestandosi intorno al 36%. La strategia del “pugno di ferro” e del “rally ‘round the flag” (unirsi attorno alla bandiera) sembra essere un tentativo di distrarre l’opinione pubblica da una crisi economica interna galoppante e dalle divisioni sociali che lacerano il Paese. Nonostante il momentaneo successo militare, la scommessa di Donald Trump appare rischiosa. Se da un lato l’eliminazione di un nemico storico solletica la base Maga, dall’altro ha ulteriormente spaccato l’America. Mentre i sostenitori del Presidente – che in campagna elettorale aveva promesso di non portare più giovani soldati americani a combattere (e morire) per guerre non loro – celebrano la “fine del male”, migliaia di persone sono scese in piazza a New York, Chicago e San Francisco al grido di “No more endless wars”. L’opposizione democratica accusa il Presidente di aver agito senza l’autorizzazione del Congresso, portando il Paese sull’orlo di una terza guerra mondiale per meri calcoli elettorali. I rischi sono molti. Le conseguenze di un allargamento del conflitto in Medio Oriente rischiano di minare un’economia Usa già in affanno. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, il prezzo del greggio potrebbe superare i 120 dollari al barile. Questo shock energetico rischia di vanificare le promesse economiche di Trump, colpendo direttamente il portafoglio delle famiglie americane e alimentando un’inflazione che il governo non riesce a domare. Altro punto interrogativo, forse non calcolato, è la reale forza di reazione di Teheran e il rischio escalation. L’Iran ha già attivato la rappresaglia. Missili balistici hanno colpito diverse basi americane nel Golfo, uccidendo alcuni militari, mentre Israele si trova sotto un fitto fuoco di droni. E se l’obiettivo, più volte auspicato da Trump che invitava gli iraniani a ribellarsi, è il “regime change”, nessuno è in grado al momento di dire cosa succederà. La transizione di potere a Teheran è incerta: il vuoto lasciato da Khamenei potrebbe essere colmato dall’ala più radicale dei Guardiani della Rivoluzione, rendendo ogni spiraglio diplomatico quasi impossibile. Senza contare le prossime mosse di Russia e soprattutto Cina, partner politici ed economici consolidati del regime iraniano appena sbaragliato. Il presidente Trump ha promesso che l’operazione porterà “pace attraverso la forza”, ma la realtà del marzo 2026 racconta una storia diversa: un Medio Oriente in fiamme e una Casa Bianca che deve combattere una guerra su due fronti, uno balistico a Teheran e uno politico-sociale tra le strade di Washington.

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