La solidarietà internazionale che manca alle democrazie occidentali

di Francesco Di Lorenzi

Siamo stati tra i primi a condannare l’ennesima spacconata di Donald Trump compiuta questa volta contro Cuba ed il suo popolo che, da oramai tre mesi, è privo di qualsiasi rifornimento petrolifero e vive quotidianamente tra restrizioni, misure eccezionali ed aria da resa dei conti finali. In un mondo globalizzato ed interconnesso ogni scelta di politica internazionale finisce tuttavia sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale che, fortunatamente, sembra essere molto meno anestetizzata di quanto pensino certe élites al potere. Certo viviamo nell’era della crisi delle ideologie, della debolezza della politica a tutti i livelli in favore degli interessi economici e finanziari, della sconfitta forse definitiva del diritto internazionale; tuttavia i popoli, i movimenti, le nuove generazioni, continuano a mobilitarsi e ad opporsi con straordinaria tenacia a prepotenze, angherie e soprusi. Olof Palme, il grande leader della sinistra svedese, sosteneva che “gli ideali della socialdemocrazia affondano le loro radici nella consapevolezza della natura inviolabile e della pari dignità degli esseri umani”; forse con meno coscienza ideologica, tuttavia milioni di persone nel mondo continuano a battersi per quelle cose lì, con gli strumenti e la visibilità offerti dalla modernità ed intrecciando storie, percorsi e provenienze diverse. Movimenti per la pace, ecologisti, femministi, partiti storici della sinistra internazionale ma non solo, sindacati, organizzazioni studentesche, si mobilitano ovunque e velocemente nel mondo sfruttando le opportunità della rete e dimostrando che esiste una solidarietà internazionale diffusa che oltrepassa ed abbatte muri, egoismi nazionali, vecchi e nuovi imperialismi. E così dopo la splendida esperienza della Global Sumud Flotilla, che ha acceso ulteriormente l’attenzione mondiale sui crimini commessi dal governo israeliano nei territori occupati, in queste ore si sta organizzando, con adesioni sempre più massicce, il “Nuestra America Convoy”, un mix di convogli navali ed aerei che intendono rompere l’assedio statunitense all’isola caraibica con carichi di aiuti umanitari provenienti da ogni parte del mondo. L’appuntamento principale è fissato per il prossimo 21 marzo a l’Avana dove cercheranno di convergere i vari gruppi provenienti da decine di Paesi; gli organizzatori hanno già incassato migliaia e migliaia di adesioni, tra cui quelle dei socialisti democratici americani del sindaco di New York Mamdani, con l’obbiettivo dichiarato di rompere un assedio ingiustificato e disumano, di fornire assistenza concreta in farmaci ed alimenti ad una popolazione sempre più stremata e di attirare l’attenzione sulla nuova questione cubana. Contemporaneamente all’iniziativa dei movimenti, diversi Stati come il Messico, l’Uruguay, la Spagna ed il Canada hanno annunciato l’invio di cospicui aiuti umanitari all’isola, mentre tutto tace dalle parti di palazzo Chigi, sempre più vergognosamente appiattita ai diktat imposti dall’amministrazione Trump ai suoi vassalli. L’ennesimo assordante silenzio di chi si era presentata come la paladina dell’indipendenza e della sovranità nazionale e che, in meno di una legislatura, è riuscita a cancellare decenni di lungimirante politica estera italiana e di costruzione di saldi rapporti di amicizia, come nel caso di Cuba e del popolo palestinese, mettendo una pietra tombale sulla presunta caratura internazionale della Giorgia nostrana che, inoltre, ha anche rapidamente dimenticato i viaggi pastorali ed il dialogo sincero aperto con il regime castrista dai papi Benedetto XVI e Francesco. Entrambi i pontefici, infatti, esortarono i vertici politici dell’isola a rinnovarsi, ad aprirsi al pluralismo e al rispetto dei diritti umani, di certo non invocarono embarghi e blocchi navali, ma ormai sappiamo bene che la “cristiana” presidente del consiglio deve aver perso più di una lezione di catechismo. Da socialisti non possiamo non gioire di fronte alla ripresa di una forte solidarietà internazionale che coinvolge in particolare le giovani generazioni; sono senza ombra di dubbio salutari iniezioni di fiducia per chi vuole riaffermare il primato della politica, del multilateralismo e dei diritti umani e per questo saremo sempre al fianco di chi si mobilita per la pace e per riaffermare il fondamentale principio dell’autodeterminazione dei popoli. Allo stesso tempo la nostra coerenza ci impone, però, di mettere in guardia i tanti ragazzi e ragazze pronti a scendere in piazza contro chi invoca certi valori a comando o solo in determinate direzioni; gli ideali di giustizia sociale e libertà che da socialisti pratichiamo da più di 130 anni non conoscono scorciatoie, interessi geopolitici e, soprattutto, metri di giudizio differenti. Ciò che combattiamo aspramente nei metodi e negli atti dell’attuale amministrazione Usa o del governo Netanyahu vale anche per il guerrafondaio Putin, per il criminale sistema di repressione degli ayatollah in Iran e per chi, ovunque, mette in discussione la dignità e l’uguaglianza tra gli esseri umani. Detto in termini ancora più chiari: le piazze vuote a sostegno del popolo ucraino e del popolo iraniano non ci piacciono e ci fanno comprendere quanto ci sia ancora bisogno della nostra cultura politica e di socialismo democratico, nel nostro Paese e nel mondo.

Ti potrebbero interessare