di Rocco Romeo
C’è un’immagine che, più di tante parole, racconta la storia sociale dell’Italia del secondo Novecento: bambini seduti ordinatamente nei banchi di una scuola elementare, il grembiule scuro con il colletto bianco, lo sguardo attento rivolto verso la cattedra, il quaderno aperto e la matita tra le dita. È una fotografia che appartiene alla memoria di milioni di italiani e che oggi, osservata con gli occhi del presente, assume quasi il valore di un documento antropologico. La scuola di allora era, prima di tutto, una scuola dell’essenziale. Non esistevano lavagne multimediali, tablet o piattaforme digitali. Gli strumenti dell’apprendimento erano pochi e concreti: il quaderno, il diario, la matita, e soprattutto il sussidiario, quel libro che racchiudeva in sé l’intero universo della conoscenza elementare. Ma il vero centro della scuola non erano i libri: era la maestra. Una sola insegnante guidava la classe lungo tutto il percorso educativo, diventando una figura quasi familiare. Non era soltanto una trasmettitrice di contenuti disciplinari, ma un riferimento morale, civile e umano. La scuola elementare di quegli anni era una delle principali agenzie di socializzazione della società italiana. Si imparava a leggere e a scrivere, ma anche a vivere: a rispettare, ad attendere, a condividere. Erano piccoli gesti quotidiani che costruivano una cultura della responsabilità e della convivenza civile. Oggi, tuttavia, quella memoria si confronta con una realtà ben diversa. A Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un ragazzo di tredici anni ha accoltellato la propria insegnante di francese. Un gesto violento, improvviso, sproporzionato. Un gesto che non può essere ridotto a semplice fatto di cronaca. È un segnale. Il ragazzo indossava una maglia con la scritta “vendetta”. Aveva lasciato parole cariche di dolore, di rabbia, di senso di ingiustizia. Quel disagio esisteva. E non è stato intercettato. E allora la domanda diventa inevitabile: come è possibile non accorgersi? Come è possibile che un ragazzo arrivi a questo punto senza che nessuno riesca a leggere il suo malessere? La risposta non è semplice. Non è solo un problema della scuola. Non è solo un problema della famiglia. Non è solo un problema dei giovani. È un problema di sistema. Si è incrinata la relazione educativa. Docenti, studenti e genitori faticano sempre più a comunicare. L’insegnante si trova spesso solo, chiamato a gestire non solo la didattica, ma anche fragilità emotive profonde. Le classi sono numerose, i bisogni complessi, gli strumenti insufficienti. Nel frattempo, sono scomparsi molti luoghi di aggregazione. Gli oratori, le associazioni, le comunità educative territoriali. Luoghi in cui si imparava a stare insieme. Oggi questi spazi sono stati sostituiti, in gran parte, dai social. Ma il mondo digitale non educa alla relazione. Amplifica le emozioni, ma non insegna a governarle. E così il disagio cresce, si accumula, e talvolta esplode. Di fronte a tutto questo si parla di sicurezza. Metal detector, controlli, protocolli. Misure forse utili, ma non sufficienti. Perché il problema non è solo prevenire il gesto. È comprenderne l’origine. La scuola rischia di diventare un luogo dove l’obiettivo è evitare tragedie, invece di formare persone. Eppure è proprio nella scuola che gli adolescenti trascorrono gran parte della loro vita. Per questo è necessario intervenire in modo strutturale. Serve introdurre l’educazione emotiva. Serve formare i docenti anche sul piano relazionale. Serve creare spazi di dialogo. Serve la presenza stabile di psicologi. Serve ricostruire un patto educativo tra scuola, famiglia e società. Perché educare non significa solo trasmettere conoscenze. Significa comprendere, accompagnare, orientare. Significa dare senso. Guardare alla scuola di ieri non significa nostalgia. Significa recuperare ciò che funzionava: la relazione. Oggi abbiamo tutto, ma rischiamo di perdere l’essenziale. E allora la vera domanda è una sola: siamo ancora capaci di educare? Perché se la scuola perde la sua funzione educativa, la società perde la sua direzione.



