di Lorenzo Cinquepalmi
La subdola propaganda del partito delle Procure induce qualche cittadino, tra i pochi che riflettono sui temi sottesi al referendum confermativo della separazione tra giudici e pubblici ministeri, a interrogarsi sul rischio che il potere esecutivo sottometta i secondi, forse intervenendo a bloccare indagini scomode; sul fatto che la separazione delle carriere non cancellerebbe gli errori giudiziari; sull’inutilità, visto che i passaggi da una carriera a un’altra sono per legge limitati a uno nella vita, e in concreto poche decine su migliaia di magistrati; sulla prospettiva di un aumento del costo dell’amministrazione della giustizia, e via fantasticando. Poiché il presupposto di ogni indipendenza nei fatti è l’indipendenza di pensiero di chi la reclama, bisogna chiedersi cosa veramente spinga una parte della magistratura a investire tanto nella battaglia per l’abolizione di una riforma che, leggendone il testo con animo netto da pregiudizio, non danneggia alcuno, e meno che mai la correttezza del giudicare, posto che nella riforma non c’è traccia di un fantomatico controllo dell’esecutivo o del parlamento (che ben ne avrebbe il compito) sulla funzione giudiziaria. Perché è vero che la separazione delle carriere di per sé e in astratto non elimina il rischio dell’errore giudiziario, ed è vero che i passaggi da funzioni requirenti a funzioni giudicanti sono pochi, ma è altrettanto vero che dietro all’unicità di carriera c’è ben altro. La parte della riforma che è veramente indigesta al partito delle Procure è la separazione dei Csm. Occorre fare un passo indietro e chiedersi cosa spinge in alto la carriera di un pubblico ministero a differenza dalla carriera di un giudice. È intuitivo: il pubblico ministero diventa famoso se inquisisce, arresta, fa condannare. E la sua fama si traduce in carriera: incarichi prestigiosi, risalto mediatico, spesso una carriera editoriale parallela, talvolta una carriera politica. Ma per arrestare e far condannare, qualsiasi pubblico ministero deve rivolgersi a un giudice, che deve consentire l’arresto, che deve giudicare e poi condannare. Brutalizzando, giudici garantisti (come dovrebbero essere tutti) che arrestano poco e condannano poco, tarpano aspirazioni di carriera di pubblici ministeri che anelano a trovare onde promettenti e a scalarne le creste. E qui arriva provvidenziale, per le aspirazioni dei pubblici ministeri, il Csm unico, in cui essi votano per le carriere dei giudici. Fatalmente, prediligendo quelli che arrestano molto e, soprattutto, condannano molto. E così, giù per li rami, nelle sedi giudiziarie, tra pubblici ministeri sempre molto attivi nel sindacato dei magistrati (anch’esso, guarda caso, unico, ancorché frammentato in correnti) e giudici portatori di legittime aspirazioni di carriera, matura un accordo implicito e non dichiarato, ma terribilmente concreto ed evidente a chi frequenti con assiduità le aule di giustizia, per cui le aspettative di arresto e di condanna di un pubblico ministero sono privilegiate rispetto all’oggettività che dovrebbe derivare dall’essere il giudice veramente terzo. Intendiamoci, giudici veramente terzi ce ne sono, grazie al cielo, e tanti. Ma in un mondo ideale, e la giustizia dovrebbe essere quanto di più coincidente esista con il mondo ideale; veramente terzi dovrebbero esserlo tutti, mentre di interferenze tra le aspirazioni del pubblico ministero e la terzietà del giudice non dovrebbero essercene affatto. Per questo la prima e più importante indipendenza della magistratura è quella dei giudici dai pubblici ministeri. E comincia togliendo i magistrati requirenti dal Csm che determina le carriere dei magistrati giudicanti. Basterà? Probabilmente no. Ma è un buon inizio.



