La Groenlandia è nella Ue e va difesa in nome della libertà

di Lorenzo Cinquepalmi

Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.” Questo prevede il Trattato di Maastricht, cioè l’atto fondativo dell’Unione Europea, all’art. 42. Il riferimento all’art. 51 dello statuto delle Nazioni Unite ricorda che, pur essendo difesa della pace e contrasto delle aggressioni la missione dell’Onu, uno o più stati aderenti, se aggrediti, hanno tutto il diritto di difendersi autonomamente intanto che il Consiglio di Sicurezza decide di mandare i caschi blu, perché un’organizzazione in cui cinque Stati hanno un ruolo prevalente su tutti gli altri e hanno diritto di veto su qualsiasi risoluzione, tiene in sé il rischio che l’attesa dei caschi blu possa diventare simile all’attesa di Godot. In concreto, oggi, tre dei cinque Paesi con diritto di veto hanno un’impostazione di politica internazionale del tutto incompatibile con il principio fondativo dell’Onu: “praticare la tolleranza e vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato; unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale; assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune; impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli.” La guerra che la Russia combatte da quattro anni come aggressore dell’Ucraina, l’azione militare che gli Stati Uniti hanno scatenato contro il Venezuela e la crescente pressione militare della Repubblica Popolare Cinese contro Taiwan, sono incompatibili coi principi fondativi dell’Onu; i tre esempi demoliscono definitivamente l’illusione di un monopolio della forza militare delle Nazioni Unite nello scacchiere mondiale e l’illusione che i caschi blu siano i buoni mandati a difendere gli aggrediti da aggressori cattivi. Se i cattivi sono i tre quinti dei padroni dell’Onu, il sogno della pace mondiale fa la stessa fine di quello della Società delle Nazioni: un mare agitato, cosparso dei relitti del naufragio di tutte le nostre speranze di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”. Tra i relitti del naufragio un solo battello, con tutte le sue debolezze ma anche con una grande forza, tiene ancora l’onda: l’Europa. La Carta dell’Onu era figlia dell’idealità di Roosevelt che, però, è stato, di tutti i presidenti americani, quello più intriso della cultura europea. L’esatto contrario dell’attuale presidente Usa, che è quanto di più lontano e ostile allo spirito occidentale generato dalla cultura comune tra le due sponde dell’Atlantico settentrionale: una cultura innegabilmente europea. La complessità del pensiero europeo è inaccettabile per uno come Trump, per il quale il futuro si misura in ore e settimane, e non in generazioni, mentre il diritto è dato dal trovarsi dietro un’arma e non davanti. È chiaro che un diritto internazionale che dipende da cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza Onu, cessa di esistere quando i tre più potenti dei cinque mostrano di calpestarlo. Come nel 1939, esiste ancora una forza in grado di scendere in campo contro la logica dell’aggressione, in grado di dispiegare una potenza economica e anche militare deterrente rispetto alle brame ormai disinibite delle tre maggiori potenze militari del mondo. Ma come nel 1939 quella forza è composita e appare irresoluta, pur nell’inconfessata consapevolezza che saranno i fatti a costringere i Paesi che la compongono a superare diffidenze, divisioni ed egoismi, proprio come accadde ad alcuni di loro nel 1939. Come allora, il tempo gioca un ruolo determinante: lasciarne passare troppo prima di giungere all’inevitabile posizione comune rischia, esattamente come nel 1939, di alzare terribilmente il prezzo della sopravvivenza. Ecco perché occorre che le voci degli Stati europei si fondano in un‘unica voce europea. Se qualcuno degli aggregati dell’Unione vorrà smarcarsi, pazienza: Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia rappresentano da soli molto più della metà della popolazione europea, e molto più della metà del Pil europeo. Ecco l’importanza della dichiarazione comune di questi cinque stati europei, a cui si sono uniti il Regno Unito, dimentico della brexit, e la Danimarca, alla cui corona appartiene la Groenlandia, quella grande isola polare, la cui minuscola popolazione di 60.000 abitanti non volle che le si applicasse il Trattato dell’Unione, ma che elegge due deputati al parlamento danese. La Groenlandia è Danimarca; e la Danimarca è Unione Europea. Chi la tocca, tocca l’Europa e i cinque più grandi Paesi europei hanno detto chiaro che loro, questa Europa, la difenderanno. E allora, per quanto difficile tra i relitti del diritto internazionale, la navigazione del vascello europeo ha una rotta chiara e un destino per cui vale la pena di impegnarsi: la libertà.

 

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