di Lorenzo Cinquepalmi
Piero Calamandrei, nel suo “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”, ha affrontato in modo misurato e intelligente il tema difficile di come dovrebbe essere amministrata la giustizia, e lo ha fatto attraverso il racconto del rapporto tra avvocati e giudici. La migliore sintesi di come la giustizia possa essere migliore di come è adesso è in una frase tratta da quel libro: “il segreto della giustizia sta in una sempre maggior umanità e in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta contro il dolore”. Sarebbe facile e sbrigativo dire, come qualcuno ha fatto, nell’interessata tentazione di semplificare, che l’esito del referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri ha detto una parola definitiva sul tema di quel delicato rapporto, scavando un fossato tra magistrati e avvocati. Chiunque pratichi le aule di giustizia sa bene che non è così, e che certe espressioni “militanti” riguardano, comunque, minoranze di un campo e dell’altro. E il fatto che la maggiore terzietà dei giudici rispetto a chi interpreta il ruolo dell’accusa in modo statistico continui e continuerà a rappresentare un problema a prescindere dall’esito del referendum, è riconosciuto da molti, tanto tra coloro che hanno sostenuto il sì, quanto tra chi ha propagandato per il no. Forse, in tutti, è germogliato il pensiero che la sovranità della scelta popolare, mai come in questo caso, rappresenti un dato formale e non di merito: troppi di coloro che hanno votato al referendum non erano guidati dal desiderio di operare una scelta consapevole tra un modello di ordinamento giudiziario e un altro, ma piuttosto dall’adesione a una delle due tifoserie che si sono impadronite della consultazione. Quando ci si appella al voto popolare su di una scelta tra uno e l’altro, il fantasma di Barabba inquieta inevitabilmente i sonni di coloro che alla contesa si sono approcciati in modo leale, concentrandosi sui contenuti del quesito e sulle differenze tra il modello precedente e quello riformato. In disparte il trionfalismo di alcuni vincitori, è bene che gli appartenenti al mondo del diritto, in particolare del diritto penale, ricomincino ad affrontare seriamente il discorso delle riforme del processo, che, evidentemente, ha bisogno di essere migliorato, consapevoli che le riforme non sono contro qualcuno ma devono essere per tutti, e quando sono davvero buone a dolersene saranno solo coloro che nel sistema ante riforma godevano di sacche di vantaggio. La “lotta contro il dolore” si fa, prima di tutto, riducendo il più possibile la sommatoria tra il dolore del reato e il dolore del processo o della pena; evitando che processo e pena diventino generatori, oltre che di afflizione per il reo, anche di un ulteriore carico di dolore sociale, sotto forma di rancore e di recidiva. Restano, insomma, inalterati e insuperati dall’esito referendario i dati oggettivi che nella campagna precedente il voto avrebbero dovuto essere il vero terreno di discussione, e troppo spesso non lo sono stati: il numero enorme di ingiuste detenzioni; lo scarto inquietante tra assoluzioni dibattimentali nel 40% dei processi e accoglimento delle richieste dell’accusa da parte dei Gip in oltre il 90% dei casi; l’incapacità di superare la centralità del carcere nel sistema dell’esecuzione penale; l’insufficienza degli strumenti e delle occasioni di reinserimento e rieducazione dei condannati; l’equilibrio tra il diritto collettivo all’informazione e i diritti individuali degli indagati e degli imputati. L’abbiamo sostenuto molte volte prima del 23 marzo, e ne siamo altrettanto convinti oggi, nonostante i balletti e i cori da stadio fuori da qualche sede giudiziaria la sera del risultato: la maggioranza dei magistrati, la maggioranza degli avvocati, la maggioranza dei professori e studiosi di diritto, costituiscono insieme un corpo sociale in cui sono presenti tutte le risorse per riformare efficacemente il sistema. Basta valorizzarle ed evitare che minoranze interessate inquinino il dibattito. Vi sono segnali che confermano come questo possa essere il senso di marcia: dal cambio degli interlocutori conseguito all’uscita di scena di alcuni dei frontman della contesa referendaria, alle parole recentemente spese dagli esponenti sia dell’avvocatura che della magistratura. Una cosa, tuttavia, è importante, lo è anche se la strada da intraprendere dovesse portare a un risultato sottratto, auspicabilmente, all’ordalia di un referendum: chi ha votato Barabba deve cambiare idea. Occorre far capire anche ai cittadini che la giustizia deve cambiare, perché, per usare le parole del nuovo presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Se c’è una cosa che hanno avuto in comune il fronte del sì e il fronte del no è la consapevolezza che la giustizia è malata”. E una giustizia malata produce una società malata.



