La destra lucra sulla paura e sogna lo Stato di Polizia

di Lorenzo Cinquepalmi

Meloni e la sua compagnia di ventura, con l’avvicinarsi della data delle elezioni e con la pressione esercitata dalla crescita nei sondaggi del partito di Vannacci, sono in preda al delirio securitario: ne sparano più di una al giorno, e ne traducono molte in sgangherate norme di legge, tante delle quali si riducono a pura propaganda, limitandosi a modificare il nome delle cose e non la sostanza, o risultando concretamente inapplicabili da parte di chi è chiamato a farlo, ovvero: polizia giudiziaria e magistratura. Il dato di base da cui partire per sviluppare qualsiasi ragionamento, tuttavia, resta quello dei numeri: l’Italia, a confrontare la quantità e le tipologie di reato commessi nel nostro Paese con quelli commessi negli altri Paesi europei e occidentali, non è certo quel posto pericoloso che maggioranza e media raccontano. Si sa, propagare allarme fa vendere più copie, alza gli ascolti e dunque fa vendere più pubblicità; mentre per la politica, offre l’occasione di presentarsi come normalizzatori di città e quartieri raccontati come meno sicuri delle periferie latino-americane, con conseguente tornaconto di consenso. Per intendersi: da anni, cioè da prima dell’era Meloni, l’Italia è, insieme a Svizzera e Norvegia, la nazione europea con il più basso numero di omicidi; un omicidio all’anno ogni 200 mila abitanti, un terzo della Francia, tanto per dare un’idea. Furti, truffe, reati predatori sono in linea con quelli dei grandi Paesi, ma inferiori a quelli dell’Europa orientale. Se si guarda, poi, agli Stati Uniti, il tasso di omicidi è dieci volte superiore a quello italiano e anche gli altri reati sono assai più che in Italia e in Europa. Tuttavia, la paura è un affare lucroso, come s’è detto, e allora si parla solo di presunta insicurezza e si inonda il sistema giuridico con le novità più fantasiose. L’ultimo show riguarda una norma da stato di polizia, sull’identificazione preventiva, da parte della polizia, di persone presenti in luoghi pubblici attraverso sequenze video analizzate con l’intelligenza artificiale. Uno schema di decreto all’esame del parlamento, oltre a disciplinare la materia delle indagini giudiziarie su delitti realmente commessi mediante analisi di immagini con intelligenza artificiale, in adeguamento alla norma europea sul punto, prevede anche, in un diverso articolo, l’uso dell’intelligenza artificiale per l’identificazione biometrica remota, in tempo reale, da parte delle forze di polizia, di persone in contesti pubblici come piazze, stadi o cortei. Una schedatura preventiva, verrebbe da dire politica. Secondo lo schema di decreto, sarebbe necessaria l’autorizzazione preventiva dell’Autorità giudiziaria, con indicazione espressa della finalità, per una durata non superiore a quindici giorni, prorogabile, come per le intercettazioni telefoniche, ma il governo ha inserito anche la possibilità dell’attivazione immediata dei sistemi per decisione della polizia, con comunicazione orale al Procuratore della Repubblica che deve richiedere al giudice un’autorizzazione a posteriori, entro 24 ore dall’attivazione. Si tratta di una breccia grave nel principio della direzione esclusiva dell’attività di polizia da parte della magistratura, perché consente schedature con controllo giudiziale solo a posteriori e nei limiti di quanto, sempre a posteriori, si decide di aver visto. La Commissione Europea ha già fatto sapere che il riconoscimento facciale “a strascico”, in contesti pubblici, è vietato dalla normativa europea. E così, l’esame del decreto si blocca in commissione alla Camera. Ma la tattica di sparare una novità al giorno in materia di giustizia e sicurezza resta il modo di procedere della squadra Meloni: dall’apparente modifica dell’imputabilità ai minorenni (slogan: stop ai maranza), alle 12 ore di fermo preventivo (slogan: stop al terrorismo urbano), all’ipotesi di divieto di risarcimento per i danni subiti dall’autore di un reato (slogan: stop ai risarcimenti per i ladri uccisi). Solo per restare agli ultimi giorni di attività di un governo che ha confezionato sei decreti sicurezza in quattro anni. Nella realtà, è molto fumo e pochissimo arrosto: la valutazione sulla maturità dei minorenni imputati di reati rimane in capo al giudice, il fermo preventivo se la vedrà molto probabilmente con la Corte Costituzionale, e altrettanto accadrebbe, se diventasse norma concreta, il divieto assoluto di riconoscere un risarcimento per chi è stato ferito o ucciso mentre commetteva un reato. Mentre l’emulazione di Goebbels da parte di Meloni del governo della paura prosegue con ritmo sempre più disordinato e tumultuoso, il Presidente Mattarella manda a dire a tutta l’armata Brancameloni che il Quirinale non deve essere messo di mezzo nelle beghe tra schieramenti, che le ansie elettorali non devono distrarre dal primo compito di chi fa politica, che rimane il benessere dei cittadini, che il Presidente non si può tirare per la giacchetta nell’esercizio del potere di grazia, e ha il dovere di dare voce all’esigenza di tutela dei diritti dei cittadini, soprattutto sull’uso delle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale. Le sparate a casaccio su giustizia e sicurezza, l’ansia di capitalizzare la paura indotta nei cittadini, lo spauracchio perennemente agitato dei nemici sociali più svariati, gli immigrati su tutti, sono segnali di sopravvenuta grave debolezza della maggioranza, in cui la parte più moderata ormai non maschera più il suo dissenso su questo modo di procedere: Forza Italia si è smarcata sul riconoscimento facciale come anche sul rinvio del voto parlamentare sull’autorizzazione all’utilizzo in sede giudiziaria degli scambi di messaggi del parlamentare Del Mastro. Diciamo che se ci fosse un’opposizione più solida, coesa, e anche più intelligente, le prospettive di sconfitta dei meloniani alle prossime elezioni generali diventerebbero più solide. La sensazione, lato maggioranza, è che ci sia, soprattutto tra le forze dell’ordine, un pezzo di stato interpretato da Piantedosi, che fa sponda sullo spauracchio Futuro Nazionale / Vannacci per trascinare, a onor del vero senza troppa fatica, i vertici di Fratelli d’Italia verso un modello di stato autoritario. E che, sempre nella maggioranza, ci sia una componente liberale e moderata sempre più a disagio nell’avvallare le prospettive alle quali le sorelle Meloni paiono voler affidare le loro decrescenti chance di vincere le prossime elezioni. Purtroppo, però, lato opposizione sembrano mancare l’acume e il coraggio necessari per denunciare al Paese la deriva autoritaria e populista di un governo sempre meno interessato al benessere dei cittadini e sempre più dedito alla sola propaganda. È come se, tanto su un versante come sull’altro, l’apprensione per i destini personali dei singoli dirigenti prevalesse in modo assorbente sul rispetto della missione della politica, che dovrebbe rimanere ancorata al progresso della collettività, al benessere dei cittadini, alla difesa della libertà e alla tutela dei diritti, civili e sociali. Che la destra non sappia o non voglia fare un discorso di sistema, lo si può perfino capire: essa rappresenta gli interessi di chi vuole una società fortemente gerarchizzata nella quale prosperare sempre in danno di qualcun altro, attribuendo etichette, tipo “maranza”, fatte per velare la realtà e agevolare la scelta di scorciatoie securitarie. Quello che spaventa è che all’opposizione si stenti a opporre la forza della ragione ai fantasmi della paura. È un cul de sac che rischia di rendere davvero arbitro della situazione un reazionario liberticida come Vannacci. Tornando a Mattarella, ha ricordato a tutti che la funzione della legge non è quella di adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, secondo convenienza. Svilire la legge a questo ruolo, ricorda a tutti il Presidente, non rafforza la sicurezza dei cittadini ma decide l’abdicazione dello Stato alla sua missione sociale. E, insieme allo Stato, anche della politica, che se è dedita alla forzatura della legge, viene meno al suo compito di fondo, alla sua stessa ragion d’essere, che consiste nel promuovere i soggetti umani e, in particolare, i più sfortunati per ragioni contingenti o strutturali, riportando ciascuno di essi a quello che la loro dignità di persone richiede, e alla loro partecipazione a pieno titolo, insieme con tutti gli altri membri del consorzio umano, alla costruzione del bene comune. Ciò che Mattarella ha capito fin troppo bene, e cerca di dire a noi cittadini, seppure con le cautele imposte dal suo ruolo, è che la corrosione della libertà comincia così. E come finisce ce lo hanno raccontato i nostri padri e i nostri nonni: finisce molto male.

Ti potrebbero interessare