La bilancia commerciale italiana va in passivo. Per colpa dell’energia

di Stefano Amoroso

Dazi americani ai prodotti europei, un anno dopo: come è cambiata la bilancia commerciale tra le due super-potenze economiche? La risposta, per nulla scontata un anno fa, è che i commerci procedono a gonfie vele da entrambe le sponde dell’Atlantico: le esportazioni della Ue nei confronti degli Stati Uniti sono passate da 536 a 555 miliardi di euro (+3,5%) mentre quelle dagli Usa nei confronti dell’Unione sono cresciute da 338 a 356 miliardi di euro (+5,4%). Se a questo aggiungiamo anche lo scambio di servizi (prevalentemente digitali ed elettronici) e tutto ciò che è connesso, vediamo come l’interscambio commerciale tra le due sponde dell’Atlantico raggiunge l’incredibile cifra di 1.850 miliardi di euro, una somma senza pari al mondo, che testimonia l’importanza del legame transatlantico. Contando sia le merci che i servizi (per le prime la Ue è predominante, mentre nei secondi sono più forti gli Usa), il surplus della Ue è di 21 miliardi di euro, sostanzialmente invariato rispetto ad un anno fa. E, comunque, parliamo di appena l’1,13% dell’interscambio complessivo, a riprova del fatto che si tratta di un rapporto alla pari, come sottolineato più volte dagli osservatori più attenti e che va a beneficio di entrambe le parti. I dazi, dunque, non sembrano aver minimamente scalfito la macchina del commercio transatlantico, ma hanno solo aggiunto un costo finale, pagato al 96% dal consumatore americano, alle merci importate da Washington. Il vero guadagno, quindi, è delle Dogane statunitensi, che nell’anno appena trascorso hanno incassato oltre 69 miliardi di euro in più rispetto al passato. La tariffa dei dazi, infatti, era inizialmente del 15%. Poi, dopo la bocciatura da parte della Corte Suprema statunitense, sono stati sostituiti da una tariffa transitoria del 10%. Tariffa che, almeno per le merci Made in Ue, è stata confermata dall’applicazione dei nuovi dazi, questa volta temporanei, da parte del Presidente Usa (il Congresso non pare disponibile a votare alcun dazio). L’intenzione di Trump, più volte ribadita sia da lui che dal Segretario al Commercio statunitense, Howard Lutnick, è di confermare le tariffe al commercio attraverso varie misure emergenziali, che gli consentono di evitare di dover passare attraverso il Congresso americano. Pertanto, di emergenza in emergenza, la tariffa sulle importazioni dalla Ue (e dal resto del mondo) dovrebbe essere confermata almeno fino al 2028. Congresso permettendo, ovviamente. Se questo è il quadro generale del rapporto Usa – Ue, come va per l’Italia? L’anno appena trascorso ha segnato un incremento delle esportazioni verso gli Stati Uniti superiore alla media, con un incoraggiante +12,1% ad aprile scorso, calcolato su base annua. Quello a stelle e strisce si conferma il più importante mercato extra Ue per le aziende italiane, ed un importante punto di riferimento per prodotti come quelli farmaceutici, macchinari industriali e motoveicoli. Inoltre, il mercato statunitense è importante per l’esportazione di prodotti simbolo del Made in Italy, come il Parmigiano Reggiano (che si avvia a chiudere l’anno con un export in aumento, nonostante al dettaglio un chilo del prezioso formaggio emiliano arrivi a costare anche più di 100 dollari negli USA, che non è esattamente un dettaglio), ed i vini. Le buone notizie per l’Italia, tuttavia, finiscono qui. Perché, come in ogni bilancia commerciale, bisogna valutare anche l’altro piatto, ovvero quello delle importazioni. E lì, ahinoi, sono dolori: a causa del forte aumento del costo delle materie prime energetiche (+33,7% nell’ultimo anno, e sicuramente a fine anno sarà anche di più), quest’anno la bilancia commerciale italiana globale è tornata in passivo, dopo anni di ripetuti e consistenti avanzi commerciali. Dunque, per vivere e produrre, spendiamo più di quello che guadagniamo. Di questo passo, evidentemente, si creerà un disavanzo che rischia di pesare sulla tenuta dei conti, sia aziendali che pubblici. Come si è potuti arrivare a questo punto? Il motivo è che non sono stati fatti gli sforzi necessari per incentivare la produzione di energie rinnovabili, e neanche per estrarre il gas metano di cui è abbastanza ricco il nostro mare: siamo ancora immersi in un caos legislativo e burocratico che scoraggia gli investimenti e ci costringe a continuare ad importare (a carissimo prezzo) idrocarburi dall’estero. Eppure, di energia rinnovabile e pulita, l’Italia ne potrebbe produrre tanta, a cominciare dalla geotermia. Perché non pensare ad una società pubblica che sondi il sottosuolo ed estragga il calore che la Terra ci offre gratuitamente, nei punti in cui è tecnicamente possibile ed economicamente conveniente? A quel punto, lo Stato darebbe in concessione l’estrazione del vapore, restando proprietario della risorsa, e guadagnerebbe molti soldi. Ancora di più si potrebbe fare sul piano dell’energia termica, ossia quella utilizzata per riscaldare e, soprattutto, rinfrescare gli edifici. Insomma, le cose da fare sarebbero moltissime. Ma questo Governo degli indecisi a tutto non sembra proprio avere la volontà, e forse neanche la capacità, di comprendere la situazione. Così, nostro malgrado, si va avanti con piccoli sconti sulle accise e rimborsi sulle bollette per aziende, Enti e famiglie povere: piccoli pannicelli caldi che certo non risolvono il problema.

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