L’8 marzo è una responsabilità politica Un impegno che richiede coraggio

di Giovanna Miele

L’8 marzo non è una ricorrenza formale: non è una data da celebrare con parole di circostanza o con gesti simbolici svuotati di significato. È un momento di verità politica. Come socialista e come responsabile delle politiche di genere, sento questa giornata come un’assunzione pubblica di responsabilità. Verso le donne che ogni giorno lottano per diritti ancora incompiuti. Verso le giovani generazioni che chiedono giustizia. Verso una società che non può dirsi democratica finché metà della popolazione continua a scontare disuguaglianze strutturali. La giornata internazionale delle Donne nasce dentro il movimento operaio e socialista. Nasce come giornata di mobilitazione per il suffragio femminile e per i diritti delle lavoratrici. Non nasce come festa, ma come rivendicazione collettiva. Noi socialisti crediamo che la questione di genere non sia un tema settoriale. È una questione di giustizia sociale. Non esiste vera emancipazione senza autonomia economica. Non esiste parità se il lavoro femminile è meno pagato, più precario, più fragile. Il divario salariale è il risultato di un sistema che ha storicamente sottovalutato il lavoro delle donne. La difficoltà di conciliare vita e lavoro non è una questione privata; è il risultato di una carenza di politiche pubbliche. La violenza di genere non è solo un fatto di cronaca nera; è il sintomo di una cultura che non ha ancora interiorizzato l’uguaglianza. Essa è figlia di stereotipi radicati, di modelli relazionali sbilanciati, di una rappresentanza del ruolo femminile che troppo spesso oscilla tra iper-responsabilità e invisibilità. Per questo servono politiche educative strutturate, a partire dalla scuola che insegnino il rispetto, il consenso, la parità; ma un ruolo fondamentale in questo la hanno le famiglie. Servono risorse certe per i centri antiviolenza e percorsi di autonomia per chi decide di uscire da situazioni di abuso. Ma serve anche una trasformazione culturale profonda, che coinvolga uomini e donne. Serve lavorare per una rappresentanza femminile piena nei luoghi decisionali. Non per una logica simbolica ma perché la qualità delle decisioni migliora quando è plurale. Una democrazia in cui le donne sono marginali nei vertici politici, economici e istituzionali è una democrazia incompleta. La presenza conta, perché incide sulle priorità, sulle scelte di bilancio, sulle riforme. Per questo il nostro impegno non si traduce in slogan, ma in scelte concrete. Tutto ciò significa lavorare perché la parità salariale non resti un principio astratto, ma diventi una pratica verificabile, attraverso strumenti di trasparenza che rendono visibili le differenze e le correggano. Significa investire con decisioni concrete nei servizi pubblici, nelle strutture di assistenza, perché la cura non può essere scaricata sulle spalle delle donne come destino inevitabile. Non sono queste battaglie di “categoria”; sono scelte di civiltà. Una società che investe sulle donne investe sulla propria crescita, sulla coesione sociale, sulla qualità veda della democrazia. L’8 marzo è anche un momento di ascolto. Per dare voce alle lavoratrici precarie, alle giovani professioniste, alle madri sole, alle donne che trovano ancora ostacoli nell’accesso alle posizioni di apicali e alle leadership. Significa trasformare quelle voci in proposta politica. Il socialismo, nella sua tradizione più autentica, ha sempre intrecciato la lotta per l’uguaglianza economica con quella dell’emancipazione femminile. Oggi abbiamo il dovere di aggiornare quella tradizione, di renderla concreta, misurabile, verificabile. L’8 marzo non è una celebrazione identitaria. È una scelta di campo. È l’impegno a non arretrare sui diritti acquisiti e costruirne di nuovi. Perché l’uguaglianza non è un obiettivo retorico. È un progetto politico. E come tale richiede coraggio, coerenza e responsabilità quotidiana. La vera misura della nostra politica non sarà nelle parole che pronunciamo oggi ma nelle opportunità che sapremo garantire domani. E su questo terreno non possiamo permetterci neutralità. O si riducono le disuguaglianze, o le si accettano. L’8 marzo ci ricorda da che parte deve stare la politica

 

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