di Giada Fazzalari
L’ultimo Rapporto del Censis ci consegna una fotografia che, numeri alla mano, è difficile ignorare. In quindici anni la ricchezza reale delle famiglie italiane è diminuita drasticamente. E la ferita più profonda è quella inflitta al ceto medio, considerato storicamente il tessuto di stabilità sociale e civica del Paese: chi un tempo poteva contare su un modesto patrimonio e su una qualche sicurezza ha visto erodersi il suo benessere, la sua solidità economica e la fiducia nel domani. Il risultato è una società sempre più fragile, in cui gli anziani diventano “ultimo salvagente” per famiglie e giovani. Drammatici i dati sul lavoro, i giovani inattivi aumentano, il Sud ulteriormente marginalizzato, fino a diventare quasi invisibile. Impossibile non cogliere la vera minaccia: il furto strisciante del futuro di un’Italia sempre più sfinita. Perché manca la fiducia e cioè la garanzia di una sanità pubblica, welfare e più in generale di protezione sociale. E così, la sfiducia nella politica cresce ancora: la democrazia appare incapace di tutelare sicurezza, benessere e dignità e questa disillusione può alimentare instabilità, paure, individualismo, rancore. Se non affrontiamo con serietà queste tendenze, rischiamo di consegnare futuri senza prospettive a intere generazioni, di normalizzare la precarietà, di trasformare il disagio sociale in condizione strutturale. Il dato del Censis non è solo un’istantanea: è un vero e proprio monito, specie per le forze politiche di opposizione che si candidano a diventare alternativa di governo, nel percorso che porta al 2027. Un centrosinistra responsabile non può limitarsi a denunciare: deve progettare, proporre, investire. Con il metodo del riformismo socialista e la radicalità che questi tempi straordinari impongono. Non opposizione nostalgica e identitaria, ma una proposta che sia piantata con i piedi nella realtà. Ambire a essere governo del cambiamento, come suggerirono i socialisti quarant’anni fa e non il semplice cambio del governo. Perché al centrosinistra, in un passato neanche troppo lontano, quando ha solo ambito alla scatola vuota del governo – senza missione, progetto, proposta – non è andata poi così bene. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il potere economico, nazionale e internazionale, ci soffoca di “non si può fare” invocando il feticcio dei “mercati”. Ricordiamoci di essere socialisti: è ora di dire che si può fare. Tosare il capitalismo: si può fare. Redistribuire benessere: si può fare.



