di Andrea Follini
Alle 15:25 del 22 luglio 2011, ad Oslo, un’auto parcheggiata di fronte all’ufficio del Ministro di Stato norvegese (l’equivalente del nostro Presidente del Consiglio) salta in aria provocando otto morti e 209 feriti. Due ore più tardi, sull’isola di Utoya dove si sta svolgendo un raduno estivo organizzato dai giovani del Partito Laburista norvegese, un uomo travestito da poliziotto, con una freddezza incredibile, apre il fuoco sui ragazzi uccidendone 69 e ferendone 110. È Anders Behring Breivik, 32 anni; si dichiara anti-multiculturalista, anti-marxista e anti-islamista. Successivamente anche nazionalsocialista. Apparentemente pazzo, i giudici lo considereranno, grazie alle perizie eseguite, sano di mente e quindi penalmente responsabile. Le stragi, rivendicate dal terrorismo suprematista e xenofobo, come quella di Oslo, ma anche di Oklahoma City nel 1995, Christchurch nel 2019 in Nuova Zelanda, El Paso sempre nel 2019 in Texas, vanno presto nel dimenticatoio. Hanno un’eco mediatica diversa dalle stragi terroristiche islamiste del Bataclan, di Nizza, Bruxelles o Manchester. Perché? Lo abbiamo chiesto a Luca Mariani, giornalista parlamentare e scrittore, che ha approfondito con due libri quanto successo ad Utoya (Il silenzio sugli innocenti – Edizioni Ediesse) e su cosa accomuni molte delle stragi suprematiste (Rete Nera – Futura Editrice). «I libri, “Il silenzio sugli innocenti” e “Rete Nera”, nascono da un’esigenza di verità e di giustizia. Se noi camminiamo nelle strade di Roma, Milano, Venezia, Napoli, Palermo, e parliamo dell’11 settembre, del Bataclan, di Nizza, tutti comprendono che stiamo parlando del terrorismo di matrice islamista. Viceversa, se parlo di Utoya, di El Paso, di Buffalo, di San Diego, nessuno ricorda nulla; non sanno che stiamo parlando di terrorismo suprematista e xenofobo. Addirittura, in alcuni casi, le persone più disattente fanno di tutta l’erba un fascio e danno la colpa di qualsiasi attentato alla matrice islamista. Questo è grave per la democrazia, perché le persone non sanno che c’è un terrorismo di estrema destra, suprematista e razzista, che è altamente pericoloso e che negli ultimi quindici anni ha compiuto decine di attacchi con centinaia di morti ed ha un’enorme capacità di proselitismo, come dimostra il recente episodio di San Vito lo Capo dove un dodicenne siciliano, con la maglietta con il motto fascista “me ne frego”, entra in una scuola, in diretta sui social, con l’intento di accoltellare tre compagni di classe musulmani ed una ragazza di colore di un’altra classe. Tutto questo perché era stato influenzato da altri assassini suprematisti come Tarrant, il killer suprematista bianco australiano, e Payton Gendron, lo stragista di Buffalo. Addirittura sul suo casco aveva scritto il nome di Timofey, il quindicenne russo che in una scuola di Mosca nello scorso dicembre aveva ucciso un bambino di etnia tagika di appena 10 anni».
A suo giudizio sono episodi legati ad una stessa matrice, ad un sottile filo nero?
«Il punto di partenza è stata la strage di Utoya di quindici anni fa. Breivik scrisse un manifesto di millecinquecento pagine in cui si teorizza per la prima volta il concetto della remigrazione. Secondo lui gli immigrati dovranno andarsene via dai Paesi occidentali, con le buone o con le cattive, entro il 2083. Questa non è una data messa a caso: cade quattro secoli dopo il fallito assedio di Vienna da parte degli Ottomani. Per arrivare a questo traguardo della remigrazione entro il 2083 Breivik si prefigge l’obiettivo di conquistare il potere nei principali Paesi europei tra il 2030 ed il 2070. Impressiona che Breivik scriva che agli immigrati che se ne andranno con le buone verrà dato un chilo d’oro per famiglia; per gli altri si useranno le maniere cattive. Ebbene, è quello che sta succedendo ora negli Stati Uniti d’America dove l’Amministrazione Trump dà mille dollari ed il biglietto aereo gratis a tutti gli immigrati irregolari che si autodeportano; per gli altri si usa l’ICE, che ha già fatto morti sia tra i migranti sia tra gli americani che esprimono il loro dissenso».
Nel manifesto scritto da Breivik, se lo leggiamo con gli occhi di oggi, vi troviamo molte similitudini con quanto sta succedendo ed è successo in giro per il mondo. C’è un legame tra questi episodi criminali?
«Tutti questi atti suprematisti e terroristici xenofobi sono legati l’uno con l’altro. Faccio un esempio: esattamente cinque anni dopo la strage di Utoya, stessa data e stessa ora, l’iraniano Ali David Sonboly uccide a Monaco di Baviera dieci immigrati in un McDonald’s. Sonboly considera un onore essere nato lo stesso giorno di Adolf Hitler. Il 15 marzo 2019 Brenton Tarrant uccide cinquantuno fedeli islamici inermi in due moschee di Christchurch in Nuova Zelanda. Anche lui considera Breivik suo ispiratore. Arriviamo a livelli di crudeltà inauditi, dove si arriva ad uccidere un bambino di tre anni, Mucaad Ibrahim, in diretta Facebook, sparandogli alla testa mentre, spaventato, era aggrappato alle gambe del padre. Anche la strage di El Paso si ispira a Tarrant. Fino all’ultima, recentissima dello scorso maggio a San Diego dove un diciassettenne ed un diciottenne uccidono tre persone in un centro islamico della città, prima di suicidarsi; il loro manifesto si intitola: ‘Siamo figli di Tarrant’. Quindi c’è un collegamento, una rete nera appunto che lega tutti questi episodi. Una rete che riesce a soggiogare molte persone, fino a portarle a compiere gesti estremi. Tutto questo fa riflettere sulla capacità attrattiva di questo pensiero xenofobo».
La posizione, anche nel nostro Paese, di una certa destra estrema, quando si parla di remigrazione ad esempio, potrebbe creare quelle condizioni per le quali chi ad oggi ha avuto qualche remora nel mettere in atto gesti di questo tipo, ora si senta in un certo qual modo autorizzato a farlo?
«L’Italia non è immune da questa spirale violenta suprematista. Abbiamo avuto già alcuni casi di violenza. Nel 2011 Gianluca Casseri, un simpatizzante di Casa Pound, uccise due ambulanti senegalesi a Firenze, prima di suicidarsi. Anche l’episodio di Macerata: Luca Traini, candidato della Lega alle elezioni comunali di Corridonia nel 2017, dopo l’efferato omicidio di Pamela Mastropietro commesso da un nigeriano, sparò nel 2018 alle prime sei persone di colore che trovò per strada, che nulla avevano a che fare con quell’assassinio, se non lo stesso colore della pelle dell’omicida. Sparò anche verso la locale sede del PD. Ci fu anche l’assalto alla sede della CGIL del 2021, con fanatici guidati da rappresentanti di Forza Nuova, che devastarono la sede del più grande sindacato italiano. Per arrivare poi ai giorni scorsi con l’episodio di Bakari Sako, un bracciante agricolo di 35 anni originario del Mali, morto all’alba del 9 maggio 2026 nella città vecchia di Taranto, perché assalito da una baby gang che lo ha prima picchiato e poi ucciso. La cosa devastante, che dà l’idea di come queste cose siano già entrate nel tessuto culturale collettivo italiano, è che nessuno ha risposto alle sue grida d’aiuto, anche quando si era rifugiato in un vicino bar. Una cosa che certo non ci fa onore».
È effettivamente una cosa che spaventa, anche se pensiamo che non vi sono segnali di una presa di coscienza collettiva su questi fenomeni, anzi si tende a dimenticarli velocemente e a sottovalutarne le conseguenze nel futuro.
«Purtroppo secondo me in Italia non abbiamo ancora dato la giusta attenzione al pericolo del terrorismo suprematista e xenofobo; anche perché c’è un terribile doppiopesismo mediatico. Spiego con un esempio. A fine marzo hanno arrestato ad Umbertide un diciassettenne che idolatrava Tarrant e Breivik e pianificava l’attacco ad un liceo di Pescara. Dopo il suo arresto, Bruno Vespa, a Porta a Porta, ha dedicato dieci minuti alla questione. Alle sue spalle scorrevano correttamente le immagini di Breivik, di Tarrant, del simbolo delle SS. La cosa assurda è che in quei dieci minuti né Vespa né i suoi ospiti hanno mai pronunciato le parole Breivik, Utoya, Tarrant, come se quello di cui si parlava non avesse alcun legame con questi episodi. Si parlò invece della proposta di vietare l’uso dei social ai minori».
E nemmeno l’aggettivo “socialisti” è stato utilizzato, se non di rado, dai media per ricordare i ragazzi di Utoya.
«Nel mio libro ho dedicato un intero capitolo su come venne riportata la strage di Utoya nei media. Addirittura il primo giorno si scrisse che fosse una strage islamista…Quando si scoprì invece che si trattava di terrorismo suprematista, e che l’isola di Utoya è stata attaccata proprio perché simbolo di quella gioventù socialista e laburista che si voleva estirpare alla radice, con i suoi valori, la cosa venne derubricata: si cominciò a parlare di un pazzo che uccise persone in un campeggio, senza spiegare cosa Utoya da decenni rappresentasse».
Speriamo di ridare giustizia a questi ragazzi, con la giusta rappresentazione di quello che erano, dei valori in cui credevano, anche dalle pagine del nostro giornale. Ricordando quello che è stato e soprattutto quello che potrebbe diventare in futuro il mondo, mettendo in guardia le persone. Vorremmo farlo anche attraverso questa intervista.
«Accendere una luce laddove i poteri forti vorrebbero il buio, è un’opera meritoria. Confido che l’Avanti della domenica possa aiutare in questo».



