di Giada Fazzalari
Piero Marrazzo, leggendo gli ultimi dati del Censis è emersa la fotografia di un’Italia sfinita, specialmente al Sud, dove i giovani vanno via e, se restano, hanno meno possibilità rispetto ai loro coetanei del Nord. Tu sei uomo del Sud, e conosci bene la realtà meridionale. Da dove iniziare una riflessione sull’eterna “questione meridionale”?
«Da un Sud appiattito sotto il profilo culturale. Nei decenni passati il Sud esprimeva una cultura che poi lo proiettava a livello nazionale. Penso, tanto per fare un nome, a Leonardo Sciascia. Cito lui, ma potrei citare Corrado Alvaro o Domenico Rea. Oggi il Sud arranca culturalmente, ma non perché non ci siano intelligenze o giovani che sappiano competere e possano competere con quelli del Nord, ma perché le opportunità al Sud sono di meno».
Su cosa puntare?
«Sul digitale, intanto. Perché il digitale ti mette al centro del mondo anche se vivi nella provincia più marginale. Attraverso la rete tu ci sei. È internet la chiave di volta per il Sud, perché attraverso internet superi anche i limiti logistici e infrastrutturali».
Hai iniziato parlando di cultura. E dunque ti chiedo: esiste un problema narrativo? È possibile che il Sud sia bloccato anche dagli stereotipi con cui viene raccontato, percepito e vissuto?
«Spesso gli stereotipi vengono appiccicati al Sud da coloro che non sono meridionali. La questione, quindi, è rifiutare gli stereotipi e ridare opportunità. Io le opportunità le trovo principalmente nell’economia digitale. E lo sanno molto bene quelli che si sono occupati di Mezzogiorno. Sembrava quasi che il Mezzogiorno senza infrastrutture, senza porti e senza centri siderurgici non sarebbe sopravvissuto. E invece non è così».
E allora come valuti un’opera come il Ponte sullo Stretto?
«Oggi noi viviamo due dimensioni: da un lato abbiamo la velocità del virtuale, che va dalle transazioni economiche, che si fanno con un click, all’opera di ingegno, che può essere scritta e sviluppata e poi inviata a un editore, a un’università o a un centro di ricerca scientifico a migliaia di chilometri; dall’altro abbiamo il trasferimento fisico delle persone e delle merci. Io non sono contrario al Ponte a priori. Però devo essere sincero: sono contrario se poi non sviluppi le autostrade e la rete su gomma e su ferro in Sicilia. Perché se poi tu arrivi a Messina e la distanza tra Messina e Palermo diventa disagevole, il rischio è che il Ponte diventi una cattedrale nel deserto».
Lo sviluppo del Mezzogiorno – e, in generale, di un Paese – passa anche attraverso la modernizzazione delle sue opere infrastrutturali…
«Sì. E io dico: facciamo il Ponte, ma poi facciamo anche le altre infrastrutture che danno senso a questa grande opera».
Negli ultimi anni la politica ha fatto degli errori rispetto al Sud?
«Se guardiamo al passato, alle personalità del Sud espresse nella Prima Repubblica – mi vengono in mente personalità come De Mita, Formica, Macaluso, Mancini – penso che quelli furono uomini che riuscirono a dare protagonismo al Sud. Erano figli del Sud in grado di guidare il Paese intero. Poi la politica è cambiata. Pensa alla Sicilia, che pure ha dato i natali a una grande personalità come il Presidente Mattarella, ma che oggi vede emergere nuove generazioni che ragionano in piccolo, che sono unicamente interessate alla sopravvivenza del loro potere. Difficile ormai trovare personalità politiche legate alla loro identità territoriale ma capaci di guardare al mondo che evolve e che cambia».
Il tuo destino professionale, dopo la tua uscita dalla Rai, è ripartito da Napoli. Che rapporto hai con questa città?
«Napoli è la città dove mio padre si è affermato. A Napoli avevo la nonna. Il Sud me l’ha instillato mio padre Joe, anche se sono nato a Roma. Perché dico questo? Perché quando avevo 14 anni iniziava la mia militanza politica. Era la Roma degli anni ‘70, la Roma degli anni di piombo. Ero impegnato nella giovanile socialista. Mio padre però un giorno mi disse “Perché il tuo impegno politico abbia una completezza, è necessario che tu conosca la questione meridionale”. Così iniziai dagli scrittori. Da Domenico Rea, che da noi a Nocera era di casa, perché la madre aveva fatto nascere mio padre».
E oltre Rea chi altro leggevi?
«Mio padre mi regalò con dedica il “Cristo si è fermato Eboli” di Carlo Levi. E poi lessi “Gente di Aspromonte” di Corrado Alvaro, “Conversazioni in Sicilia” di Elio Vittorini, “Fontamara” di Ignazio Silone e “L’uva puttanella” di Rocco Scotellaro».
Il sindaco socialista di Tricarico, morto a soli 30 anni!
«Sì, lui. Voglio regalarti una piccola memoria personale, proprio perché sono legato al giornale che dirigi. Mio padre mi regalo questo libro di Scotellaro e mi fece una dedica. Aspetta, te la leggo: “A Piero, con la speranza che il leggere gli dia il senso di una partecipazione e di una presenza in questa confusa, tumultuosa esistenza. Papà, Napoli, 30 gennaio 1974”».
È un regalo meraviglioso. Quindi, se capisco bene, il tuo Sud è strettamente legato a tuo padre Joe Marrazzo.
«Napoli per me rappresenta mio padre anche in un altro senso, perché mio padre mi ha fatto capire come portare all’attenzione contraddizioni drammatiche come la criminalità organizzata, la camorra, la mafia, ma anche la ‘ndrangheta. Joe è stato forse il primo che in televisione ha portato all’attenzione nazionale la Calabria, città come Taurianova, le cui criticità nessuno conosceva nel resto del Paese. Quando vivevo la militanza politica a Roma, a differenza di molte mie compagne e compagni, avevo dentro di me elementi politici e culturali che erano simili a quelli che avevano i ragazzi di Napoli, di Reggio Calabria, di Palermo. E poi ho un amore sviscerato per il Napoli calcio».
Ci credi molto, nel Sud. Sento una vera passione, una grande convinzione politica e sentimentale.
«Sento che noi dobbiamo mettere sempre al centro della politica nazionale le questioni che riguardano il Sud, ma lo dico non in una logica di chiusura, come fanno le destre, che puntano a ricostruire muri e frontiere, ma in una logica di apertura al mondo, di internazionalizzazione. Il Sud deve buttare giù quelle barriere, le barriere razziste, le barriere dello sfruttamento, le barriere della chiusura al mondo, perché i nostri cervelli, le nostre braccia, i nostri sentimenti, le nostre passioni hanno aiutato il Nord di questo Paese, ma hanno aiutato anche Paesi come gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Australia. Ecco, noi dobbiamo sfruttare quest’occasione di progresso internazionale, ma non quello delle multinazionali che sfruttano le persone, o dei Nord che depredano i Sud del mondo».
Sei ottimista, ci credi, nel Sud.
«Sì, ci credo, perché noi abbiamo la possibilità di essere protagonisti attraverso i nostri cervelli e i nostri cuori proprio grazie alla rete, perché la società digitale ci consente di essere nel mondo, ovunque vogliamo, e di ribaltare la prospettiva secondo la quale eravamo condannati a rimanere ai confini del mondo».
Oggi i socialisti sono riuniti a Napoli. E il tuo messaggio arriva in un momento molto importante per il Psi.
«Alle compagne e ai compagni che si riuniscono a Napoli io dico che è rimasto vivo un messaggio che viene da lontano per chi crede ancora nel socialismo. È il messaggio del canto dell’Internazionale, quel canto con cui dicevamo e diciamo che non vogliamo essere rinchiusi in un solo Paese, ma pensare agli sfruttati, ai deboli e nello stesso momento a chi crede nella libertà. In tutto il mondo. Senza barriere e senza confini».



