di Giada Fazzalari
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che si celebra il 25 novembre, abbiamo intervistato la socialista Pia Locatelli, già parlamentare, oggi anche Presidente del Comitato Promotore per le Celebrazioni del Centenario della morte di Anna Kuliscioff, ricorrenza che cadrà il 29 dicembre di quest’anno.
Ricorre un altro 25 novembre, giornata che dovrebbe essere di profonda riflessione ma anche di bilancio. Leggendo i giornali, ascoltando la tv, sembra che nonostante le campagne di sensibilizzazione, i continui approfondimenti, nulla stia cambiando. Il numero delle donne vittime di violenza aumenta, per non parlare degli assassinii. Cosa dovrebbe fare il governo per andare verso una riduzione significativa di questi eventi?
«Non è il caso di raccontare l’origine della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne; la conosciamo ma voglio sottolineare che fu una Risoluzione delle Nazioni Unite di 26 anni fa (17 dicembre 1999) cioè fu la più grande assise mondiale ad istituirla per ricordare le sorelle Miraball, torturate e uccise da sicari del dittatore della Repubblica dominicana Trujillo. Il femminicidio delle sorelle Miraball fu un’azione violenta “speciale”, un’azione di violenza di genere, perché la dimensione di genere travolse, quasi cancellandola, quella politica».
Dal punto di vista culturale, ti pare ci sia maggiore consapevolezza o no?
«La violenza di genere, che nella forma più estrema è “cultura dello stupro”, continua ad essere profondamente radicata e trasversale: siamo ancora dominati da un insieme di stereotipi che portano molti uomini di tutte le generazioni a pensare che la virilità o la mascolinità si esprima attraverso il dominio, il possesso, la pretesa della sottomissione delle donne. Non so dire se il numero delle vittime di violenza stia aumentando, perché i numeri sono espressione di fenomeni complessi: c’è però maggiore consapevolezza che la sottomissione non è un destino inevitabile per le donne. Soprattutto tra le ragazze giovani c’è un rifiuto diffuso ad accettare che qualcuno domini la loro vita. C’è quindi cognizione che è necessario agire e reagire».
Torniamo alla gestione del fenomeno da parte del governo.
«A me pare che questo governo non sappia cosa vuol dire per davvero combattere le violenze e soprattutto combattere la cultura della violenza. Lo abbiamo visto in tante situazioni: loro conoscono soprattutto e usano lo strumento della repressione, ma fosse anche solo per una questione di tempo, reprimere significa arrivare quando ormai la violenza è già compiuta. Dobbiamo invece pensare che se la punizione è azione necessaria, la dimensione della protezione e della prevenzione è più importante anche se meno “clamorosa” e faticosa; soprattutto richiede una cultura che mi pare non appartenga a questa classe di governo».
Parlare nelle scuole di affettività, di rispetto dell’altro e dell’altra, di sessualità, sembra che per questo governo sia un tabù: la necessità di ottenere un consenso dei genitori pare completamente fuori dalla realtà, quando le stesse famiglie danno in mano ai bambini già preadolescenti un cellulare, con il quale possono andare su qualsiasi sito.
«A me è parsa patetica, oltre che ipocrita, tutta la discussione sul “permesso” di affrontare i temi dell’affettività, dell’educazione sessuale e del genere nelle scuole. È ipocrita rivendicare il ruolo delle famiglie nel decidere se permettere di parlare di questi temi in ambiente scolastico, definire l’età di quando se ne può parlare, del taglio più o meno scientifico delle lezioni sulla fisiologia… In Italia c’è il mito della famiglia, peccato che poi le famiglie e il loro ruolo sia invocato strumentalmente per altri obiettivi e le politiche a sostegno delle famiglie, quando sia fanno, siano briciole inefficaci».
Siamo nell’anno in cui si celebra il centenario dalla morte di Anna Kuliscioff, madre del socialismo italiano, che verso l’affermazione dei diritti per le donne è stata precursora. Viene da pensare che ci fosse più attenzione in questo allora che oggi?
«No, non credo di poter dire che allora c’era più attenzione alla promozione dei diritti delle donne. Era un’attenzione che solo alcune donne, soprattutto di estrazione borghese avevano. Erano donne colte, coraggiose, attente alla condizione della grande maggioranza delle donne loro contemporanee che vivevano una vita fatta soprattutto di fatiche e di stenti. Ma erano davvero una minoranza. Poi c’erano alcune donne “speciali” dentro questa minoranza e Anna Kuliscioff era una di loro. Anna Kuliscioff era una femminista libera ed autonoma nel pensiero, coraggiosa e capace di polemizzare con altre femministe cui rimproverava un’attenzione soprattutto al tema del diritto di voto ma la stragrande maggioranza delle donne aveva bisogni e quindi priorità diverse: di ridurre gli orari di lavoro, di mangiare a sufficienza, di non essere sottoposte a gravidanze continue, di non subire violenze…Anna Kuliscioff, la dottora dei poveri e soprattutto delle povere, sapeva mettere insieme tutti questi bisogni e costruire un’azione politica a largo raggio, diritto di voto compreso».
Per la prima volta nel nostro Paese vi è una Presidente del Consiglio donna e donna è anche la leader del partito maggioritario di minoranza; eppure sembra che l’unica cosa che si riesca a fare è l’inasprimento delle pene, certo utile per non sottovalutare la gravità delle azioni di violenza verso le donne, ma non certo sufficiente. Servirebbero anche altri strumenti?
«Domanda difficile perché so quanto è più difficile per una donna avere ruoli istituzionali, soprattutto ai livelli massimi delle istituzioni. Sei sottoposta ad una severità di osservazione e di giudizio molto più severo che non verso i colleghi: non ti perdonano nulla. Per questo mi sono sempre impegnata a non esprimere giudizi troppo severi nei confronti delle colleghe. La cosa però che faccio fatica a tacere è quando noto che manca il senso di rappresentanza, nei fatti e nelle azioni, del genere cui appartieni. Tutte noi che qualche ruolo abbiamo ricoperto o stiamo ricoprendo abbiamo il dovere si senti- re questo impegno come doveroso».



