di Domenico Oliva
In un’Italia che celebra numeri apparentemente confortanti sulla disoccupazione, ma che vede crescere la povertà, assottigliarsi la classe media e moltiplicarsi i problemi sociali e di sicurezza, torna con forza una domanda politica: dov’è finita la rappresentanza del lavoro? Secondo i dati ufficiali, il tasso di disoccupazione è in calo, infatti i dati Istat dicono che il tasso di occupazione a ottobre 2025, si è attestato al 62,7%, il valore più alto dall’inizio delle serie storiche Istat (2004); tuttavia secondo il Rendiconto sociale Inps 2024, otto nuove assunzioni su dieci sono a termine. D’altra parte la Commissione Ue ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea per non aver posto fine all’uso eccessivo dei contratti a tempo determinato. Su 8,1 milioni di contratti, ben 6,5 milioni non garantiscono stabilità. È la fotografia di un mercato del lavoro sempre più frammentato, dove la “flessibilità” promessa come opportunità è diventata sinonimo di precarietà. Dietro questa “diminuzione”, pertanto, si nasconde una realtà ben diversa: aumento del lavoro precario, contratti a termine, part-time involontario, salari stagnanti erosi dall’inflazione. Si lavora di più, si guadagna meno. E soprattutto si vive peggio. Non è un caso che cresca il numero dei cosiddetti working poor, persone che pur avendo un impiego non riescono a sostenere il costo della vita. In questo scenario, la classe media – storicamente l’ossatura della democrazia italiana – si sta progressivamente impoverendo. Piccoli imprenditori, professionisti, impiegati, pensionati vedono ridursi il potere d’acquisto, mentre i servizi pubblici arretrano e la sanità territoriale fatica a garantire assistenza universale. È un lento scivolamento verso una società più polarizzata, dove pochi concentrano ricchezza e molti vivono nell’incertezza. In questo scenario ritornano, con forza, Le radici di una tradizione politica, quella socialista, capace di coniugare libertà e giustizia sociale. Oggi quella tradizione sopravvive nel Partito Socialista Italiano, che pur nelle difficoltà elettorali continua a rappresentare una cultura politica fondata su lavoro, equità fiscale, welfare universale e laicità dello Stato. Un socialismo che, oggi più che mai, è di nuovo centrale. Di fronte alla “finta” diminuzione della disoccupazione, il socialismo pone una questione qualitativa: non basta creare posti di lavoro, occorre creare lavoro dignitoso. Non basta abbassare statistiche, occorre alzare salari e tutele. La proposta socialista torna a concentrarsi su alcuni assi fondamentali: dal salario minimo legale e rafforzamento della contrattazione collettiva, agli investimenti pubblici strategici in sanità, scuola e infrastrutture; da una riforma fiscale progressiva per ridurre le disuguaglianze, alle politiche industriali orientate all’innovazione e alla transizione ecologica. Sul piano della sicurezza, il socialismo rifiuta la contrapposizione sterile tra ordine e diritti. Le periferie degradate, la marginalità sociale, le baby gang e l’aumento delle tensioni urbane non si risolvono solo con la repressione, ma con politiche sociali strutturali: istruzione, inclusione, lavoro stabile. La sicurezza è anche sicurezza sociale. Il partito socialista si pone pertanto in grado di colmare un vuoto politico essenziale. Negli ultimi decenni, la frammentazione del centrosinistra e la crisi delle grandi culture politiche hanno lasciato scoperto uno spazio: quello di una forza autenticamente riformista e socialista capace di parlare al mondo del lavoro, ai giovani precari, alla classe media impoverita. In un Paese in cui la crescita economica non si traduce in benessere diffuso, la questione sociale torna al centro. E con essa torna l’esigenza di un partito che metta il lavoro al primo posto, che difenda i diritti senza rinunciare alla responsabilità di governo, che non insegua populismi ma costruisca soluzioni. Il socialismo italiano, se saprà rinnovarsi senza perdere la propria identità, può tornare a essere non una nostalgia del passato, ma una risposta moderna alle disuguaglianze del presente. Perché quando il lavoro perde dignità e la classe media si assottiglia, non è solo un problema economico: è un problema democratico.



