di Andrea Follini
La Corte dei Conti ha detto stop. Così, per l’ennesima volta, il progetto per realizzare il ponte sospeso più lungo del mondo con i suoi 3300 metri, che metta in comunicazione la sponda calabrese con quella siciliana, subisce un altro pesante fermo. La Corte dei Conti ha infatti negato il visto di legittimità alla delibera CIPESS n. 41/2025, approvata lo scorso 6 agosto, che avrebbe dato il via libera definitivo al progetto e all’assegnazione delle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) per il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. Sulla decisione della Corte a piazza Porta Pia, sede del Ministero delle Infrastrutture, si attendono le motivazioni, con l’ipotesi già avanzata di rispondere punto su punto. Tuttavia, già prima del verdetto erano emersi diversi dubbi sostanziali da parte dei magistrati contabili. Tra questi, un appunto sull’iter procedurale. Su questo la Corte ha chiesto chiarimenti sulla sequenza degli atti interministeriali (fra il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cipess) e se tutti gli atti fossero stati acquisiti e registrati correttamente. Inoltre dubbi sono stati sollevati circa la compatibilità ambientale dell’opera: particolare attenzione è stata posta sul rispetto della direttiva Habitat e delle valutazioni ambientali integrate (VIA/VIncA) per un’opera che attraversa un tratto di mare e costa sensibili sul piano ambientale. Non sono mancati da parte dei magistrati contabili anche appunti su costi e appalti. La Corte ha segnalato perplessità sull’importo dell’opera (il progetto era indicato intorno ai 14 miliardi di euro) e sul fatto che la procedura si servisse di un contratto cioè «riproposizione» della gara del 2010, con rischi di violazione della normativa europea sugli appalti. Infine, il dossier progettuale mancava, a detta della Corte, del parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, citato negli atti storici e dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti, che avrebbe dovuto intervenire. In buona sostanza, quello che chiede la Corte al Governo ed alla Società Stretto di Messina è di chiarire e documentare puntualmente questi aspetti. Ora, con questo stop imposto dalla Corte dei Conti, l’iter del ponte viene temporaneamente sospeso, la delibera non è registrata e, di fatto, non può produrre gli effetti previsti. Questo non significa necessariamente che il progetto sia definitivamente abbandonato: il Governo ha la possibilità di rispondere ai rilievi e magari ripresentare l’atto, cosa che il ministro Salvini, che su quest’opera ha speso tutta la sua reputazione politica, intende fare dopo il deposito delle motivazioni. La questione comunque ha sollevato non poche polemiche in campo politico. La Presidente Meloni ha definito la decisione «invasione intollerabile dei giudici», mentre Salvini ha definito la decisione dei giudici una “scelta politica” e di grave danno per il Paese, ma ha contestualmente ribadito che l’opera andrà avanti, premurandosi di mettere al riparo, nella prossima finanziaria, i fondi già destinati ad avanzare con i lavori. Quest’opera, da decenni, è considerata una chimera. Ogni momento elettorale è stato l’occasione per rassicurare calabresi e siciliani sulla pronta messa in cantiere di un’opera che avrebbe si benefici enormi in termini di posti di lavoro, di aumento del Pil per una zona da sempre difficile sul piano economico, con trasporti ed infrastrutture non certo all’altezza di un Paese la cui economia è tra le prime sette del pianeta, ma sulla quale da altrettanto tempo si discute del costo esorbitante, dei tanti “stop and go”, della necessità di salvaguardare l’ambiente, e anche se tutto questo sia effettivamente necessario per portare ai benefici sopra descritti, oppure se siano possibili percorsi ed investimenti alternativi. In particolare, l’opera si pone in un contesto europeo e nazionale delicato: il raccordo con la rete ferroviaria, la compatibilità ambientale in una zona ricca di biodiversità, e il modello di gara/appalto che deve rispettare le direttive europee sugli appalti pubblici. I magistrati contabili hanno evidenziato che le risposte date finora non risultano sufficientemente documentate e che alcune “prescrizioni” del passato (nell’iter del ponte) non sembrano tutte ottemperate. Quel che è certo, è che dopo questo fermo imposto dalla Corte dei Conti e vista la volontà del governo di trovare comunque una soluzione ed andare avanti, dal punto di vista operativo, i cantieri che erano ipotizzati per l’avvio a novembre dovranno essere riprogrammati: Salvini, in una recente intervista televisiva, ipotizzava l’inizio del 2026. Ma se il governo decidesse di andare avanti senza tener conto delle obiezioni della Corte del Conti, le conseguenze potrebbero essere gravi, sia dal punto di vista politico che amministrativo e finanziario, aprendo di fatto uno scontro istituzionale rilevante, come del resto già si intravede. Infine, il contesto sarà tenuto d’occhio, oggi ancor più che nel passato, dalle associazioni ambientaliste, che avevano già presentato osservazioni alla Corte denunciando carenze procedurali e normative. Insomma, un’opera che sulla carta dovrebbe portare quel tanto atteso rilancio per tutto il Mezzogiorno e, parallelamente, per il Paese, è ancora una volta fermo ai box. E non è peregrino pensare se tutto questo, con una maggiore accuratezza nella produzione degli atti, rimanendo sul concreto, senza guardare più al risultato politico che a quello tecnico-amministrativo, poteva essere evitato.



