IL MONDO BRUCIA ANCORA

di Giada Fazzalari

“Non siamo in guerra, ma non viviamo nemmeno in pace”. La frase pronunciata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz descrive con brutale lucidità il tempo che stiamo attraversando. Un tempo sospeso, inquieto, in cui il confine tra pace e guerra si assottiglia fino quasi a scomparire. Non c’è una dichiarazione formale di conflitto globale, eppure il mondo brucia. Brucia il Medio Oriente, dove la guerra continua a mietere vittime. Le bombe cadono ancora, i civili pagano il prezzo più alto e l’orizzonte della pace appare lontano. L’ennesima escalation – con gli Stati Uniti e Israele che hanno colpito l’Iran – ha riportato il pianeta sull’orlo di una crisi più ampia, mentre la comunità internazionale osserva con crescente inquietudine. La sensazione diffusa è che ogni equilibrio sia ormai fragile, ogni linea rossa pronta a essere superata. Per decenni abbiamo vissuto dentro un ordine mondiale che, pur tra tensioni e conflitti, sembrava avere una struttura riconoscibile. Dopo la fine della Guerra fredda, l’idea di un sistema internazionale regolato – imperfetto ma stabile – aveva preso forma. Oggi quel mondo sembra dissolversi sotto i nostri occhi. Le potenze si muovono senza più un quadro condiviso, e la politica della forza torna a dominare lo scenario globale. In questo scenario si inserisce l’America guidata da Donald Trump, protagonista di una stagione internazionale segnata da scelte imprevedibili e da rapporti ridefiniti con amici e avversari. La guerra in Ucraina continua a essere il cuore della crisi europea, mentre gli equilibri con Washington oscillano tra sostegno, pressione e nuove trattative strategiche. Allo stesso tempo, l’instabilità attraversa anche il continente americano, dove il Venezuela resta uno dei nodi geopolitici più sensibili nei rapporti con gli Stati Uniti. Non esiste più un solo fronte di crisi. Esiste piuttosto una costellazione di conflitti, tensioni e rivalità che attraversano il pianeta: guerre combattute con le armi, ma anche guerre ibride fatte di cyberattacchi, pressioni economiche, propaganda e destabilizzazione politica. È una nuova forma di conflitto permanente, meno visibile ma non meno pericolosa. Ed è forse proprio questa la novità più inquietante del nostro tempo: l’umanità si sta abituando alla guerra. Non a quella totale e dichiarata dei grandi conflitti del Novecento, ma a una guerra diffusa, intermittente, che entra lentamente nella normalità delle relazioni internazionali. Il mondo brucia ancora, dunque. E ciò che inquieta di più non è soltanto il rumore delle armi, ma il vuoto che si è aperto al posto dell’ordine che conoscevamo. In quel vuoto si muovono potenze, ambizioni e paure. Il futuro, oggi, non è una promessa. È un’incognita.

 

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