Il governo prepara una legge elettorale da caserma

di Stefano Amoroso

La verità, vi prego, sulla legge elettorale. Parafrasando i noti versi della poesia di Auden sull’amore, potremmo chiederci a cosa assomigli la nuova proposta di legge di riforma elettorale depositata lo scorso 26 febbraio. Sarà lieve come un morbido piumino, o pungente e dura come un pruno? Per ora, la proposta che ha come primo firmatario Nazario Pagano di FdI, presidente della Commissione Affari Costituzionali, appare dura come la pietra e, per gran parte dell’opposizione, sostanzialmente indigeribile. Innanzitutto, dopo anni di maggioritario, il sistema elettorale tornerebbe ad essere un proporzionale puro, con una soglia di sbarramento come in tutti i sistemi elettorali moderni. La pietra dello scandalo, tuttavia, è il premio di maggioranza: nella coscienza che nessuno dei due poli si avvicina, neanche lontanamente, alla maggioranza assoluta dei voti, si vuole assegnare un premio di maggioranza che permetta di avere stabilità e, dunque, di governare. Da qui il nome della legge, denominata “Stabilicum” in un latino maccheronico che starebbe bene sulla bocca di un personaggio comico impersonato da Lino Banfi, o da Maccio Capatonda. Ma lasciamo stare queste minuzie e andiamo alla sostanza. Come tutti i sistemi proporzionali, la stabilità si basa non già su un più o meno ampio premio di maggioranza o su soglie di sbarramento più o meno alte, ma sulla solidità degli accordi tra i partiti. Poiché viviamo in un sistema parlamentare, infatti, è in Parlamento che nascono e muoiono le maggioranze. Così, per tenere insieme la coalizione premiata dal voto degli elettori, servirebbe un vincolo esterno. Questo dovrebbe essere, nelle intenzioni del Governo, il premierato: se si cambia il Presidente del Consiglio, sostanzialmente indicato dagli elettori attraverso il voto, si potrà indicare un altro primo ministro solo all’interno della stessa maggioranza, e per un numero limitato di volte. Di conseguenza, se il Presidente del Consiglio controlla il partito più grande della coalizione vincente, senza il quale non si può governare, deve essere d’accordo con la sua sostituzione: in pratica, lo farà solo se costretto dalla situazione contingente, e per periodi limitati di tempo. Le liste bloccate, senza preferenze, serviranno a selezionare un corpo di eletti selezionato in base alla lealtà ed alla capacità di portare voti, piuttosto che in base al merito ed alla capacità di rappresentare istanze e richieste di autentiche riforme da parte dei cittadini. Il quadro che ne viene fuori, per nulla rassicurante, è quello di maggioranze elette grazie a plebisciti piuttosto che in base ad una seria competizione democratica, e la conseguente formazione di Governi che controllano il Parlamento, piuttosto che esserne controllati. Stabilità si, forse, ma ad un prezzo altissimo per la democrazia e la nostra libertà. A completare questo dipinto inquietante ci sarebbe un Presidente della Repubblica privo di poteri fondamentali (non potrebbe più sciogliere il Parlamento, per esempio) e ridotto, nella sostanza, ad un semplice maestro di cerimonie. Il premio di maggioranza, dunque, non è né l’unico, e forse neanche il principale, dei problemi che questa disgraziata riforma porta con sé. Qualcuno potrebbe obiettare che la legge elettorale mette sullo stesso piano entrambi i poli principali, e va bene anche a Pd e Movimento Cinquestelle. È la tesi, per esempio, di Rosato, padre dell’attuale legge elettorale. Ma a noi pare piuttosto il contrario: nessuno dei partiti principali del centrosinistra, a differenza di quelli di centrodestra, è un partito padronale e privo di una vera opposizione interna. Al contrario, sia il Pd che i Cinquestelle, ma anche Avs, +Europa ed il Psi, hanno un continuo dibattito interno, animato da correnti e sensibilità diverse che si confrontano, e talvolta si scontrano, sui temi più importanti della politica. Di conseguenza, Schlein, Conte, Maraio e compagnia hanno tutto l’interesse a candidare persone competenti, capaci di fare sintesi tra diverse tendenze e che siano rappresentative di diverse sensibilità. Se, insomma, il centrodestra somiglia alla caserma di un esercito in permanente assetto di guerra, il centrosinistra è un’agorà in cui si discute, ci si confronta e si cercano delle sintesi che, si spera, siano più al rialzo piuttosto che al ribasso. Per questo ci sentiamo di prevedere che gran parte del centrosinistra si rifiuterà di confrontarsi su questa proposta di legge elettorale che somiglia sempre più ad una linea gotica di un Governo in ritirata su tutto: economia, lavoro, politica estera, energia e politica industriale. Gli resta solo la gestione del potere e la stabilità ad ogni costo, anche se questo dovesse comportare il soffocamento del dibattito. Come sarà questa legge elettorale? Arriverà come il cambiamento improvviso del tempo? Darà una svolta a tutta la nostra vita democratica? Dite la verità, vi prego, sulla legge elettorale.

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