Il diritto a stare bene: non un lusso per pochi. Una battaglia socialista del nostro tempo

di Martina Cardosi

La proposta di legge di iniziativa popolare “Diritto a Stare Bene” ha concluso la fase di raccolta firme con un risultato politico e culturale di grande rilievo. Le 72.000 firme depositate in Senato dimostrano che nel Paese esiste una domanda chiara e trasversale: il diritto alla salute mentale deve diventare una priorità dell’agenda pubblica. Promossa dall’associazione “Pubblica”, dal suo coordinatore Francesco Maesano e sostenuta da una rete ampia e articolata di associazioni, l’iniziativa ha trasformato un bisogno spesso invisibile in una proposta concreta di riforma. Al centro vi è l’istituzione di una Rete Nazionale di Psicologia Pubblica, pienamente integrata nel Servizio Sanitario Nazionale, capace di garantire un accesso universale, gratuito e continuativo al supporto psicologico. È un passo necessario per colmare una delle più evidenti disuguaglianze del nostro sistema di welfare. Il risultato raggiunto ha un valore che va oltre il dato numerico. È la dimostrazione che un’aspirazione collettiva può tradursi in iniziativa legislativa. Migliaia di cittadine e cittadini hanno affermato con forza un principio che appartiene alla migliore tradizione riformista e socialista: la salute, anche quella mentale, non è una merce né un privilegio, ma un diritto fondamentale, come sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione. Si può parlare in questo caso anche di un risultato profondamente generazionale. Soprattutto i più giovani, sono cresciuti dentro una crisi permanente, segnata dalla precarietà lavorativa, dall’erosione dei legami sociali e da un senso diffuso di insicurezza. In questo contesto, il benessere psicologico non è un tema accessorio, ma una condizione essenziale di libertà, uguaglianza e piena cittadinanza. Investire nella salute mentale significa ridurre la sofferenza individuale, ma anche rafforzare la coesione sociale e la capacità di sviluppo del Paese. Lo scorso marzo, in una mozione presentata al Congresso Nazionale del Psi, è stata richiamata l’attenzione su un dato emblematico: oggi il costo medio annuo dell’assistenza psichiatrica per residente è di 67,5 euro, per una spesa complessiva che supera i 3,2 miliardi di euro. Numeri che raccontano l’assenza di una strategia strutturata di prevenzione. La prevenzione è una scelta politica lungimirante. Intervenire precocemente sul disagio psicologico significa ridurre il ricorso a trattamenti farmacologici intensivi e ai ricoveri ospedalieri, contrastare la cronicizzazione dei disturbi e alleggerire il carico sui servizi sanitari. Significa anche migliorare la qualità della vita delle persone e produrre benefici concreti sul piano sociale ed economico, riducendo assenteismo e marginalità. Le malattie legate alla salute mentale sono malattie democratiche: colpiscono chiunque, senza distinzione di genere, età o condizione sociale. Nascono spesso da ferite profonde e da fragilità che non sempre si vedono, ma che chiedono risposte pubbliche. Quando il disagio non viene riconosciuto e affrontato, le conseguenze non riguardano solo i singoli individui, ma l’intera comunità. Per questo lo Stato deve assumere un ruolo attivo e responsabile. Rafforzare i servizi pubblici, investire nelle reti territoriali, garantire percorsi di cura accessibili e continuativi non è solo una scelta sanitaria, ma un atto di giustizia sociale. Difendere il diritto di stare bene significa dare piena attuazione ai principi costituzionali di uguaglianza e solidarietà: è una battaglia profondamente socialista, che parla al presente e al futuro del Paese. Una società che si prende cura del benessere psicologico delle sue cittadine e dei suoi cittadini è una società più giusta, più consapevole.

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