Il consenso sparisce dalla proposta di legge

di Giovanna Miele

Nel racconto pubblico della violenza sessuale, negli ultimi anni, una parola è diventata centrale: “consenso”. È la parola che molte donne usano per spiegare cosa è successo loro. Non “violenza” non “minaccia” ma qualcosa di più semplice e più difficile da fare riconoscere: non volevo. Eppure quella parola non c’è nel disegno di legge sullo stupro in discussione in Parlamento. Molte violenze sessuali non avvengono in un vicolo buio, avvengono in una casa, in una relazione, durante un appuntamento, con una persona conosciuta. Spesso non ci sono urla, né lividi, n’è pressione; una paura, una paralisi, e soprattutto non c’è consenso. Nel diritto penale italiano però il centro del racconto resta un altro: la violenza esercitata, la minaccia, l’abuso. È su questi elementi che si continua a misurare la credibilità di chi denuncia. La domanda implicita ancora oggi è spesso la stessa: “cosa ti ho fatto?”, più che “cosa volevi tu?”. Il consenso per molte donne è il confine netto tra sesso e abuso, non diventa mai criterio principale. Nel dibattito politico il consenso è stato nominato. È comparso in discorsi negli interventi pubblici, nelle richieste avanzate da associazioni e centri antiviolenza. Per un periodo è sembrato possibile che entrasse nel testo della legge. Poi in passaggi decisivi è scomparso. Le ragioni ufficiali parlano di difficoltà applicative, di rischi di ambiguità, di problemi di prova. Ma l’effetto concreto è un altro: il punto di vista che resta fuori è quello di chi subisce la violenza. La legge continua a chiedere alle donne di dimostrare la costrizione, non semplicemente l’assenza di una scelta libera. Nei processi per stupro, molte donne raccontano di sentirsi messe sotto esame. Non solo per ciò che hanno subìto ma per come hanno reagito. Perché non hanno detto no più chiaramente, perché se ne sono andate, perché hanno continuato a parlare con quella persona, perché non hanno opposto resistenza. In questo schema, il consenso resta sullo sfondo non è mai il centro della scena e questo rende più difficile raccontare e far riconoscere violenze che non corrispondono all’immagine tradizionale dello stupro. In altri Paesi europei, la legge ha provato a colmare questo scarto, affermando un principio semplice: un rapporto sessuale è tale solo se entrambe le persone lo vogliono, non serve dimostrare la forza, ma l’assenza di una volontà libera. In Italia il disegno di legge in discussione sceglie di non fare questo passo. Mantiene un linguaggio che parla soprattutto agli operatori del diritto, ma fatica a parlare alle donne che denunciano. La sparizione della parola “consenso” non è solo una questione terminologica: è il segnale di una distanza. Tra la legge e le esperienze reali, tra il modo in cui la violenza viene vissuta e il modo in cui viene riconosciuta. Finché il consenso resterà fuori dal testo, molte donne continueranno a raccontare ciò che è successo loro con parole che la legge non sa o non vuole ascoltare.

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