I signori delle cliniche guadagnano sulla sanità privata mentre la sanità pubblica e gratuita arranca

di Lorenzo Cinquepalmi

Circola in questi giorni un’analisi di Medio-banca sulle fortune della sanità privata in Italia, che certifica come il fatturato dei signori delle cliniche sia cresciuto del 22% dal 2019 a oggi. Nel 2025 la spesa sanitaria affluita nelle tasche dei padroni della sanità privata è cresciuta a 78 miliardi l’anno. Il ramo del business che ha goduto della maggior crescita è quello dell’assistenza agli anziani, con un incremento che sfiora il 26% nei cinque anni dal 2020 al 2024 e un 8% dal 2024 al 2025: sono dati che la dicono lunga sulla crisi demografica, e probabilmente anche morale, del nostro Paese. Ma negli stessi anni è anche cresciuto del 23% il fatturato della sanità privata, sia nei servizi ospedalieri che nella diagnostica. Dal 2019 la spesa globale per la sanità in Italia è passata da circa 165 miliardi di euro l’anno ai 190 miliardi di euro del 2025, di cui 140 miliardi pagati dallo Stato e il resto pagato di tasca dai cittadini. Poiché lo studio di Medio-banca, come s’è detto, stima in 78 miliardi di euro il fatturato della sanità privata in Italia, ne risulta che i signori della salute incassano il 41% della spesa globale italiana nel settore. Trattandosi di un diritto costituzionale in una nazione che si è data la regola di assicurare a tutti l’assistenza sanitaria, definita universale e gratuita, è evidente che sono inadeguati sia il rapporto tra soldi spesi dallo Stato e soldi spesi dai cittadini, dato che lo Stato sostiene meno di tre quarti dei costi addossando il resto alla tasca di coloro che hanno bisogno di cure, sia il rapporto tra incassi del Servizio Sanitario Nazionale e incassi dei fornitori privati di servizi sanitari, in cui questi ultimi, appunto, incassano il 41% del totale con un margine che sfiora il 18%. Insomma, la salute è un bene primario indispensabile di rango costituzionale, ed è stato trasformato in un potente strumento per drenare ricchezza collettiva e concentrarla nei forzieri dei signori delle cliniche private, direttamente attraverso i servizi pagati dai cittadini e indirettamente attraverso quelli finanziati dalla fiscalità generale. Ma se la salute è un diritto, e fermo il principio che è benvenuto il privato che voglia investire denaro nella prestazione dei servizi che assicurano il godimento di quel diritto, allora ciò che è immorale è la percentuale di guadagno che il privato realizza. Infatti, la sanità pubblica per definizione non genera e non deve generare utili. Deve essere amministrata oculatamente, senza diseconomie, senza sprechi, ma col compito di dare un servizio essenziale, non di guadagnare: il margine deve essere goduto dai cittadini in termini di miglioramento del contributo e di ampliamento dell’area di gratuità. Al pari, gli investimenti dei privati nel settore dovrebbero essere remunerati secondo una proporzione predeterminata e controllata: se investono risorse è giusto che guadagnino, ma se stra-guadagnano mentre la sanità pubblica boccheggia, allora sorge il fondato sospetto che il sistema sia stato strutturato in modo da favorirli. Ecco perché il complesso delle convenzioni, cioè di quelle concessioni pubbliche che permettono al privato di operare nello stesso bacino di utenza della sanità pubblica essendo pagato dalla fiscalità generale (ma oggi, se vuoi far prima, esclusivamente dal cittadino) dovrebbe essere vincolato a un sindacato pubblico sulla gestione di queste imprese, che regoli tariffe e trasferimenti, insomma gli incassi, in misura tale da contenere gli utili entro una soglia massima, oltre la quale la maggiore performance è goduta dagli utenti e non dal capitale. Se è vero che può apparire una forma di dirigismo suscettibile di disincentivare l’investimento privato nel settore, è altrettanto vero che smaschererebbe le distorsioni del sistema che, oggi, oggettivamente favoriscono la sanità privata a detrimento di quella pubblica e del benessere dei cittadini. Se far scendere dirigisticamente i margini dal 18% al 5-6% farà scappare gli investitori speculativi, allora verrà finalmente il momento di concertare un ruolo degli investitori istituzionali nella sanità convenzionata, facendo intervenire quei grandi fondi che devono collocare capitali collettivi in rendimenti solidi, duraturi e contenuti. Dovrebbe essere così per la casa, dovrebbe essere così per la salute, e dovrebbe essere così per tutti i servizi essenziali dai quali dipende il benessere di un popolo; come dicono in nord-Europa: il welfare. La cosa veramente preoccupante è che la lettura dei dati messi insieme nello studio di Mediobanca non suoni come un campanello di allarme (meglio: una sirena, perché i campanelli suonano da decenni) per quei dirigenti politici che del welfare dovrebbero avere fatto la loro missione, e che invece spesso applaudono agli utili dei privati nei servizi pubblici come a un luminoso esempio di efficienza e oculatezza. L’oculatezza di cui non godono i cittadini nella gestione di un servizio pubblico è rapina, e non merita applauso.

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