di Lorenzo Cinquepalmi
Al referendum sull’ordinamento della giustizia ha vinto il superpartito nel no al cambiamento, del no a tutto: del no alle strade, del no alle ferrovie, del no ai gasdotti, del no alle industrie. In questa settimana l’Ocse ha pubblicato le sue previsioni sulla crescita economica dei Paesi del G20: una classifica che vede il nostro Paese drammaticamente ultimo, benché maggior beneficiario, e di gran lunga, della più grande manovra di stimolo dell’economia che l’Unione europea abbia mai messo in campo, il Next Generation EU, che da noi abbiamo chiamato Pnrr. Massicce iniezioni di investimento pubblico, oltre 194 milioni di euro in pochi anni, dei quali quasi 72 a fondo perduto. Se si considera che la manovra finanziaria del governo nella legge di bilancio appena approvata è stata di 20 miliardi, ci si rende conto dell’enormità dell’intervento, nonostante il quale restiamo l’ultimo dei Paesi Ocse per crescita. E siamo l’ultimo dei Paesi europei anche per la crescita dei salari negli ultimi decenni, e gli ultimi nella gran parte degli indicatori che definiscono il potenziale di una nazione. Il nostro potenziale è negativo perché negativa è l’attitudine dei cittadini nei confronti di qualsiasi cambiamento, un’attitudine stimolata e sfruttata da forze politiche interessate solo alla sopravvivenza, loro e dei loro gruppi dirigenti. Dovrebbe essere chiaro a tutti che non c’è progresso senza cambiamento. L’esiziale istintiva attitudine a conservare lo status quo purchessia è ciò a cui va attribuita la responsabilità, in ultima analisi, dalla mancata crescita del Paese, da lunedì scorso ancorato per chissà quanto tempo ancora all’ultimo posto in Europa anche sull’ordinamento giudiziario. Non si consideri un caso che il sì abbia vinto in Lombardia, Veneto, Friuli, Valle d’Aosta e abbia sostanzialmente pareggiato in Trentino Alto Adige. Non lo è se si pensa che Lombardia e Veneto rappresentano, da sole, un terzo del prodotto interno lordo italiano. L’istintivo rifiuto del cambiamento, e l’interessata enfasi che a quell’istinto viene data dai tanti populismi che pervadono e bloccano la vita pubblica italiana, condanna l’Italia e gli italiani ad aggravare la marginalità verso la quale ci siamo avviati dopo essere stati, quattro decenni fa, la quarta potenza economica mondiale. Quello che abbiamo visto all’opera nelle ultime settimane, è stato lo scatenamento del peggior immobilismo, del più bieco conservatorismo, della più volgare agitazione di paure, contro una riforma fino a poco prima auspicata dagli stessi che da ultimo l’hanno avversata perché assoldati nella difesa del privilegio di una piccola, potente e feroce casta. La campagna referendaria ha scavato un fossato nella sinistra, tra chi crede nel riformismo, e ha scelto il sì in coerenza con la sua storia, e chi ha abbracciato strumentalmente il massimalismo populista, gettando così alle ortiche i propri programmi elettorali degli ultimi decenni con una scelta tattica strumentale che nemmeno conseguirà il vago risultato di indebolire la destra. Lo dimostreranno i fatti: da un lato, una destra che, cogliendo l’occasione del risultato per scaricare zavorra, si presenterà all’elettorato più forte che mai. Dall’altro, un’opposizione che esce da questo referendum senza alcuna speranza di coagularsi in una maggioranza politica, perché mettere insieme contro qualcosa o qualcuno in un referendum è una cosa, ma mettere insieme per vincere le elezioni è una cosa molto diversa. E dunque, questa campagna referendaria ha, in realtà, posto le basi per la vittoria della destra alle prossime elezioni, avendo dimostrato in modo netto che non esiste un’opposizione unitaria. Come potrebbe riuscire possibile, per le forze riformiste che hanno sostenuto la riforma dell’ordinamento giudiziario, accompagnarsi con il populismo massimalista che lo ha affossato, investendo chi sosteneva il sì con le peggiori accuse: fascisti, mafiosi, eversori della libertà? L’unica libertà straziata dall’esito di questo referendum è quella dei 30.000 italiani ingiustamente carcerati negli ultimi trent’anni; quella dei Tortora e degli Zuncheddu. E così, la destra non sarà indebolita da questo risultato; chi l’ha votata quattro anni fa la voterà anche tra un anno, e l’opposizione non saprà opporsi a un simile destino perché la destra si batte con il riformismo, non con il massimalismo. Con il progresso e non con la conservazione. Lunedì scorso il riformismo ha perso una battaglia importante, ma la sinistra ha perso una grande occasione di proporsi come alternativa credibile alla destra.



