Governare l’intelligenza artificiale senza perdere l’uomo

di Enzo Maraio

L’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV apre un terreno nuovo e decisivo: quello del rapporto tra etica, tecnologia e futuro dell’umanità. Non è un tema che riguarda soltanto la Chiesa. Riguarda la politica, il lavoro, la democrazia, il modello sociale europeo. Riguarda tutti noi. L’intelligenza artificiale rappresenta una delle più grandi trasformazioni della storia contemporanea. Cambierà il modo di produrre, di lavorare, di curare, di studiare, perfino di pensare e comunicare. Ma ogni rivoluzione tecnologica porta con sé una domanda fondamentale: chi governa il cambiamento? È qui che il socialismo riformista deve ritrovare fino in fondo la propria funzione storica. Nel Novecento il movimento socialista ha governato l’ingresso delle masse nella società industriale. Ha accompagnato la nascita delle grandi fabbriche, ha costruito diritti, welfare, tutele, dignità del lavoro. Ha impedito che la modernizzazione producesse soltanto sfruttamento e disuguaglianze. Oggi la sfida è diversa, ma non meno radicale. Non siamo più davanti soltanto alla trasformazione della fabbrica materiale, ma a quella della conoscenza, delle professioni, delle relazioni sociali e della stessa idea di umanità. L’intelligenza artificiale può generare progresso straordinario oppure nuove forme di dominio. Può democratizzare opportunità oppure concentrare ancora di più ricchezza, potere e controllo nelle mani di pochi grandi soggetti globali. Può migliorare la vita delle persone oppure sostituire il lavoro senza creare nuove protezioni sociali. Per questo il richiamo del Papa è importante e va ascoltato con grande attenzione. Governare l’AI significa mettere al centro la persona umana, la dignità del lavoro, il diritto alla conoscenza e l’uguaglianza delle opportunità. Significa affermare che la tecnologia non è neutrale e che il progresso non coincide automaticamente con il bene comune. La politica non può limitarsi a inseguire l’innovazione. Deve orientarla. Deve costruire regole, diritti, formazione, inclusione sociale. Deve impedire che il digitale allarghi le distanze tra territori forti e aree marginali, tra chi possiede competenze e chi rischia di essere espulso dal cambiamento. Anche da assessore alla Transizione Digitale della Regione Campania vedo ogni giorno quanto questa sfida sia concreta. L’innovazione può essere uno straordinario strumento di crescita, soprattutto per il Mezzogiorno, ma solo se accompagnata da investimenti pubblici, istruzione, accesso democratico alle competenze e capacità di creare lavoro di qualità. Ecco perché credo che nei prossimi anni proprio il dialogo tra il pensiero sociale cristiano e il socialismo riformista possa rappresentare una delle strade più importanti per governare questa trasformazione. Due culture diverse, ma accomunate dall’idea che l’uomo debba restare sempre più importante del mercato, dell’algoritmo e della tecnica. La grande questione del nostro tempo non sarà fermare l’innovazione. Sarà evitare che l’innovazione perda l’uomo.

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