Golfo perso. La sconfitta americana in Medio Oriente ridisegna gli equilibri di potere

di Stefano Amoroso

La guerra è una scomoda sedia, come cantava Sergio Cammariere. Dev’essere per questo che Trump si è preso un comodo divano su cui sedere, nei prossimi sessanta giorni di tregua con gli iraniani. Anche se non è escluso che ce ne vorranno molti di più. La tregua in 14 punti, resa nota al mondo lo scorso 16 giugno, lascia insoluti i nodi per i quali è scoppiata la guerra: non si sa che fine farà il materiale radioattivo arricchito al 60 percento dagli iraniani, pericolosamente vicino alla soglia utile per sviluppare delle testate nucleari da posizionare sui potenti missili balistici di cui sono dotati i pasdaran. Non si conosce quale sarà la sorte dello Stretto di Hormuz, ed è ignoto anche il futuro delle basi americane nell’area mediorientale, soprattutto quelle a ridosso dei confini iraniani. Altri aspetti, invece, sono sicuri fin d’ora: è sicuro che il conflitto tra Israele ed Iran, sia diretto che attraverso i loro alleati nel mondo, proseguirà. È altrettanto certo che il regime iraniano non cadrà, al contrario di quello che auspicavano gli americani fino a poche settimane fa, e contrariamente a quello che aveva detto lo stesso Trump. È sicuro, infine, che gli Stati Uniti allenteranno una parte delle sanzioni contro il regime di Teheran, che incasserà ben 300 miliardi di dollari come risarcimento per i danni subiti. Lo sminamento dello Stretto di Hormuz, infine, sarà a carico dei Paesi arabi del Golfo. Sapere chi paga significa anche comprendere chi ha perso questa guerra: gli Stati Uniti. Che, se avessero tenuto fede all’accordo stipulato da Obama, non solo avrebbero risparmiato un sacco di soldi, sei morti, numerosi feriti tra i loro militari e la distruzione di numerose installazioni militari, ma si sarebbero anche risparmiati una figuraccia mondiale. L’Iran ha vinto, ma il Paese è devastato e l’economia messa a dura prova da sanzioni e chiusura dei confini. Perciò, se nel regime iraniano c’è ancora qualcuno con la testa sulle spalle, capirà che conviene portare a casa il risarcimento offerto dagli Stati Uniti e l’allentamento o cancellazione di gran parte delle sanzioni, in cambio della rinuncia al sogno nucleare. In caso contrario, non è escluso che la guerra riprenda. Ma stavolta, avendo appreso la lezione, gli americani non accetteranno di limitarsi a bombardare gli obiettivi militari, per quanto duramente: è probabile che si appoggino agli alleati locali per portare la guerra sul suolo dello stesso Iran. Insomma, a Teheran devono scegliere tra gli affari e la sopravvivenza. E crediamo che, dopo aver inferto un duro colpo alla superpotenza statunitense e difeso la loro sovranità, per il futuro sceglieranno la pace. Gli europei esultano, perché hanno conseguito due obiettivi fondamentali senza sparare neanche un colpo e senza subire un solo graffio: in primo luogo, hanno dimostrato che, da soli, perfino i potentissimi Stati Uniti non vanno da nessuna parte. Possono bombardare ed infliggere danni gravi alle infrastrutture nemiche, certo. Così come possono eliminare le prime e seconde file dei regimi di mezzo mondo. Però poi non hanno i mezzi né per sostenere attacchi di lunga durata, né per compiere un’invasione di terra. Per cui, se hanno di fronte un nemico ben armato e determinato a resistere, anche a costo di subire ingenti danni, perfino i potenti Stati Uniti vanno in crisi. Il secondo risultato raggiunto dagli europei è stato quello di aver convinto Trump, si spera definitivamente, della necessità di contrastare efficacemente la Russia. È fin troppo evidente che Mosca e Teheran siano alleate di ferro, sia sul piano militare che economico e strategico. Mosca non ha accettato il ramoscello d’ulivo porto dagli Stati Uniti e, dal summit in Alaska dello scorso agosto, ha moltiplicato i suoi attacchi sull’Ucraina, lasciata quasi priva di aiuti militari statunitensi, senza peraltro rinunciare ad aiutare l’alleato iraniano in difficoltà. Chi ha fornito le coordinate dei bersagli da colpire? Chi ha rifornito il potente arsenale missilistico dei pasdaran? Chi continua ad addestrarne i militari? Dal canto loro, gli iraniani continuano a fornire i micidiali droni Shahed alla Russia, con cui le armate di Mosca bersagliano l’Ucraina giorno e notte. E, come sappiamo, periodicamente ne lanciano qualcuno, come monito, anche sui cieli europei. Rischiando di provocare la Terza Guerra Mondiale. Insomma, si tratta di un’idra a due teste (tre, se consideriamo anche quella cinese) che solo un ingenuo come Trump poteva pensare di dividere e soggiogare a piacimento. L’Occidente, invece, sin dalla rielezione di Trump, sta dando una sconcertante prova di divisione ed indecisione strategica che non fa altro che motivare e rendere ancora più combattivi i suoi nemici. Di questo passo, ormai è evidente, è impossibile vincere: bisogna tornare uniti per essere nuovamente influenti nel mondo.

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