di Andrea Follini
La guerra nella Striscia di Gaza continua a rappresentare uno dei nodi più drammatici e irrisolti della politica internazionale. A distanza di mesi dall’esplosione dell’ultimo conflitto, il territorio resta segnato da una crisi umanitaria profonda: infrastrutture devastate, popolazione civile stremata, accesso limitato a cure mediche, acqua ed energia. Gaza è oggi il simbolo di una tragedia che va oltre il confronto militare e tocca direttamente il diritto umanitario, la tutela dei civili e il ruolo della comunità internazionale, spesso divisa e incapace di incidere con decisione. Di Gaza non si parla più; o se ne parla molto poco. Ne parla Trump quando pensa a far partire la fase due della tregua, quella che prevede l’installazione di un governo provvisorio: ma deciso da chi? Non certo dai palestinesi. E questa sembra più una ricerca del via libera politico per fare della Striscia quello che il tycoon aveva da tempo paventato. E mentre a Gaza si continua a morire (400 vittime secondo il Ministero della Salute palestinese dalla sigla della tregua dello scorso ottobre), di stenti, di crolli e di mitragliate, il mondo sembra aver voltato lo sguardo altrove. In questo contesto di violenza e polarizzazione, alcune voci cercano di mantenere aperto uno spazio di dialogo e di umanità. Tra queste spicca quella del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, figura sempre più centrale nel dibattito pubblico sul conflitto israelo-palestinese. Pizzaballa ha più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di non ridurre la guerra a uno scontro tra schieramenti contrapposti, ma di guardare al volto concreto delle vittime, israeliane e palestinesi. Le sue parole insistono sulla condanna di ogni forma di terrorismo, ma anche sulla responsabilità collettiva di fronte alla sofferenza inflitta ai civili, soprattutto ai più vulnerabili. Il cardinale ha assunto una posizione che, pur radicata nella tradizione della Chiesa cattolica, si colloca in modo chiaro nel presente: chiedere insistentemente un cessate il fuoco, attivare corridoi umanitari reali e una prospettiva politica che vada oltre la logica dell’emergenza permanente. La sua presenza a Gaza dei giorni scorsi, le visite alle comunità cristiane locali e gli appelli rivolti ai leader mondiali hanno reso evidente come la dimensione religiosa possa ancora svolgere un ruolo di mediazione morale, in una regione in cui la religione è spesso strumentalizzata a fini politici. Accanto a Gaza, la Cisgiordania rappresenta un altro fronte cruciale della crisi. L’occupazione israeliana, l’espansione degli insediamenti e l’aumento delle tensioni tra coloni e popolazione palestinese alimentano un clima di instabilità quotidiana. Arresti, restrizioni alla libertà di movimento e scontri frequenti rendono la vita sempre più difficile per i palestinesi che vivono nei territori occupati. Anche qui, l’attenzione mediatica internazionale tende ad affievolirsi, nonostante la Cisgiordania sia un elemento centrale per qualsiasi ipotesi di soluzione politica futura. Ma i territori della Cisgiordania fanno gola specie agli israeliani da poco giunti dai paesi dell’Est Europa; a dar loro manforte, sostenendo le peggiori violenze compiute dai coloni anche solo non guardando, ci pensa il governo Netanyahu. Già nei mesi scorsi l’esecutivo israeliano, sulla spinta delle forze dell’ultradestra, aveva autorizzato illegalmente la creazione di nuove ventidue colonie in Cisgiordania; nei giorni scorsi, altre diciannove. Una vera e propria spaccatura del territorio della Cisgiordania che così, tagliato di fatto in due separando la zona a nord da quella a sud, impedirebbe la continuità territoriale (già compromessa per Gaza) e così anche la possibilità della nascita di uno Stato palestinese. Il compimento di un progetto ingiusto. Il cardinale Pizzaballa ha più volte sottolineato come non possa esistere pace duratura senza giustizia e senza il riconoscimento dei diritti di entrambi i popoli. Le sue parole sulla Cisgiordania sono particolarmente nette: l’occupazione prolungata, priva di una prospettiva politica credibile, rischia di radicalizzare ulteriormente le posizioni e di rendere sempre più lontana l’idea di una convivenza pacifica. In questo senso, la crisi attuale non è solo militare o umanitaria, ma profondamente politica e morale. L’attualità di Gaza e della Cisgiordania pone dunque una domanda urgente: è ancora possibile immaginare una soluzione che non sia basata esclusivamente sulla forza? La voce del cardinale Pizzaballa, insieme a quella di altre figure religiose e civili, invita a non rassegnarsi alla normalizzazione della guerra. In un panorama dominato da interessi strategici e calcoli geopolitici, il richiamo alla dignità umana e alla responsabilità internazionale resta fragile, ma necessario. Mentre le bombe continuano a cadere e la vita quotidiana di milioni di persone resta sospesa, il rischio più grande è l’assuefazione. Gaza e la Cisgiordania non sono solo luoghi di cronaca, ma territori abitati da persone reali, la cui sofferenza interpella la coscienza globale. È su questo terreno, prima ancora che su quello militare, che si gioca la possibilità di un futuro diverso.



