di Andrea Follini
Anche il Primo Maggio di quest’anno sarà una Festa del Lavoro dove non si potranno tacere i dati di infortuni e morti sul lavoro che continuano a funestare il nostro Paese. Secondo i numeri diffusi dall’Inail, nei primi mesi del 2026 le denunce di infortunio sono tornate a crescere: a febbraio si registra un aumento del 2,4% rispetto allo stesso mese del 2025. Parallelamente, però, i casi mortali risultano in calo significativo, con una riduzione che sfiora il 27-28% su base annua. Il dato è confermato anche sul bimestre: più incidenti, meno morti. Anche l’incidenza dei decessi sul totale degli occupati appare in diminuzione. Tuttavia, questa riduzione non deve trarre in inganno: la crescita degli infortuni e delle malattie professionali (+14,2%) indica un sistema produttivo ancora esposto a rischi diffusi. Un andamento che, letto insieme ai dati consolidati del 2025, mostra come il problema resti strutturale e lontano da una soluzione, mentre sul piano politico continua a mancare una risposta incisiva. Il confronto con il 2025 aiuta a comprendere la portata del fenomeno. Lo scorso anno si sono registrate oltre 597mila denunce di infortunio, in aumento dell’1,4% rispetto al 2024. I decessi complessivi sono stati oltre mille, con 792 morti avvenuti direttamente sul lavoro e una crescita della componente “in itinere”, cioè durante gli spostamenti casa-lavoro. Un dato che segnala come il rischio non sia confinato ai luoghi produttivi ma riguardi l’intera organizzazione del lavoro e della mobilità. Il 2026, dunque, non segna una svolta: piuttosto evidenzia una dinamica già vista negli anni precedenti, fatta di oscillazioni statistiche ma senza un’inversione strutturale. La diminuzione dei morti nei primi mesi dell’anno, pur significativa, si inserisce in una tendenza altalenante e non elimina il problema di fondo: centinaia di lavoratori continuano a perdere la vita ogni anno: uomini e donne che escono di casa al mattino per andare a lavorare ed alla sera non ritornano dalle loro famiglie. Ed al di là dei buoni propositi più volte espressi, appare evidente come manchi una risposta politica efficiente. Le misure adottate negli ultimi anni – incentivi, campagne di prevenzione, aggiornamenti normativi – non hanno prodotto un salto di qualità tale da incidere stabilmente sugli indici di rischio. Il tema della sicurezza resta spesso relegato a interventi emergenziali, che seguono le tragedie più gravi senza tradursi in una strategia organica e continuativa, per lo più a causa di un inadeguato numero di personale destinato alle ispezioni, vanificando l’efficacia delle norme vigenti in materia di sicurezza sul lavoro. Ma non è solo il governo a dimostrarsi inadeguato a risolvere questa situazione; va tenuto conto di una questione culturale ove la sicurezza sul lavoro continua a essere percepita, in molti contesti, come un costo e non come un investimento. Senza un rafforzamento strutturale degli organi ispettivi e senza un impegno politico più deciso, i dati rischiano di restare intrappolati in una spirale già nota: oscillazioni annuali, miglioramenti temporanei, ma nessuna riduzione stabile del fenomeno. In definitiva, i numeri dei primi mesi del 2026 non autorizzano letture ottimistiche. Se è vero che i morti diminuiscono, è altrettanto vero che gli incidenti aumentano e che il sistema di prevenzione resta fragile. Finché non verranno affrontati i nodi strutturali – controlli insufficienti, precarietà diffusa, organizzazione del lavoro – le “morti bianche” continueranno a rappresentare una delle emergenze più gravi e irrisolte del Paese. Un elemento, quello degli infortuni e delle morti sul lavoro, che dovrebbe andare pari passo alla rivisitazione generale delle norme sul lavoro nel nostro Paese, anche per dare nuovo slancio all’economia. Ma il tema “lavoro” rischia di essere soltanto un argomento di cui ricordarsi nell’approssimarsi alla data del Primo Maggio. Ed in effetti anche quest’anno, puntualmente, il Consiglio dei ministri ha approvato nella seduta del 28 aprile un nuovo decreto lavoro, segnando un ulteriore intervento dell’esecutivo sul mercato occupazionale italiano. Il provvedimento, negli intenti del governo, punta a rafforzare l’occupazione stabile, sostenere i redditi medio-bassi e semplificare alcune dinamiche contrattuali considerate troppo rigide dalle imprese. Tra le misure principali figura un ampliamento degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, con particolare attenzione ai giovani under 30 e alle donne. Il governo ha previsto sgravi contributivi più consistenti per le aziende che stabilizzano i contratti precari, nel tentativo di ridurre il tasso di lavoro a termine che, soprattutto in alcuni settori, resta elevato. Parallelamente, viene introdotto un nuovo pacchetto di agevolazioni per le imprese del Mezzogiorno, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il divario occupazionale tra Nord e Sud. Sul fronte dei salari, il decreto interviene rafforzando il taglio del cuneo fiscale, già avviato nelle precedenti manovre. La riduzione dei contributi a carico dei lavoratori dovrebbe tradursi in un aumento netto in busta paga, anche se le opposizioni sottolineano come l’impatto reale dipenderà dalla durata della misura e dalle coperture finanziarie. Non è stato invece introdotto un salario minimo legale, tema su cui la maggioranza continua a dichiararsi contraria, privilegiando la contrattazione collettiva. Sul decreto e sul tema del lavoro in generale il confronto politico resta acceso e il passaggio parlamentare per la conversione in legge rappresenterà un banco di prova decisivo per eventuali modifiche e integrazioni, con la speranza che non ci si fermi, anche questa volta, ai soli buoni propositi.



