di Giada Fazzalari
Il caso delle attiviste femministe indagate per stalking e diffamazione, Vagnoli, Fonte e Sabene, impone una riflessione profonda su come il femminismo, quando degenera al punto da distorcerne i principi e i valori, possa mettere in pericolo quello giusto, necessario, fino a delegittimarlo e renderlo persino dannoso. La rappresentazione plastica è nel linguaggio in uso alla politica, tic tipico della sinistra: recriminazioni, vittimismo, qualunquismo. Il trionfo delle battaglie lessicali che molto hanno a che fare con la fuffa e poco con la sostanza delle cose. Una deriva del pensiero femminista che, invece di perseguire i valori eredi di decenni di battaglie per la parità, di lotte per l’autodeterminazione delle donne, promuovono piuttosto una superiorità morale o sociale nei confronti degli uomini, finendo per replicare le stesse dinamiche che il femminismo sano cercava di combattere, generando rancore, incomunicabilità, divisione. Una forma di polarizzazione che genera una clamorosa perdita di credibilità. Appare quasi paradossale che si debba pescare, proprio nel centenario dalla scomparsa di una delle protagoniste delle battaglie per l’emancipazione femminile, Anna Kuliscioff, anarchica e rivoluzionaria russa, madre del socialismo italiano, in quel grande lavoro, “Il monopolio dell’uomo” testimonianza ancora oggi di estrema attualità, nella lunga strada percorsa dalle donne italiane per il riconoscimento dei propri diritti e per una reale parità. In un passaggio del trattato, elaborato nel 1890, si coglie un principio di una modernità sorprendente: “Non posso ammettere che debba servire un’unità di paragone. La donna non è né superiore, né inferiore; è quel che è. ff non v’è ragione ch’essa si trovi in condizioni inferiori” – scriveva Anna Kuliscioff 135 anni fa. Ed è proprio qui il punto. Non serve scaldare le curve, condurre battaglie di principio in un inutile e dannoso scontro ideologico. Serve buonsenso e pragmaticità. Spetta alle opposizioni a questo governo guidato da una donna che non è dalla parte delle donne, spetta alla sinistra, battersi per una vera parità. Non indignandosi e basta. Non combattendo insensate battaglie di inclusività lessicale. Rimboccandosi le maniche e facendo una opposizione intransigente, proprio sul tema della parità. Altrimenti finiremo per anteporre (colpevolmente) a un femminismo necessario, un femminismo tossico.



