Elkann con un piede fuori dall’Italia

di Rodolfo Ruocco

Ora John Elkann vende “Repubblica” e “Stampa”, il cuore dell’impero editoriale rimasto nelle sue mani. Il presidente di Exor (società della famiglia Agnelli-Elkann proprietaria dei due quotidiani) è in trattative per cedere il secondo e il terzo giornale italiano (e tre radio) ad Antenna Group, l’agglomerato multimediale di Theodore Kyriakou. L’offerta di acquisto dell’imprenditore greco (sembra simpatizzare per Donald Trump) ammonterebbe a circa 140 milioni di euro. Gianni Agnelli, nonno di Elkann, amava discutere con i giornalisti. Amava i giornali, li considerava un po’ dei figli con il compito stimolante e faticoso di un parto quotidiano. Ma per il nipote, presidente di Exor e di Stellantis, non è così. Vende “Repubblica” e “Stampa” perché sono in deficit, perdono copie. Così Elkann se ne disfa facendogli seguire la triste sorte delle altre testate Gedi, dal blasonato “Espresso” ai numerosi quotidiani locali stampati in tutta Italia. Non mancano le assicurazioni: la linea politica non cambierà, pieno rispetto del pluralismo e della libertà di stampa. Ma i giornalisti, reduci da molti anni di lotte e di stati di crisi con forti tagli all’occupazione, scendono in piazza e scioperano per protesta. I giornali non sono un caso isolato. Il disastro comincia dopo il 25 luglio del 2018, data della morte di Sergio Marchionne. Allora parte lo smantellamento dell’impero industriale ex Fiat. Elkann, scomparso l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, nei primi mesi del 2019 vende la Magneti Marelli, la perla della componentistica auto, per circa 5,8 miliardi di euro. Il disastro si trasforma per l’Italia in una catastrofe dal gennaio 2021, quando nasce Stellantis dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e la francese Peugeot-Citroen. Il presidente di Stellantis ripetutamente assicura la “centralità” di Torino e dell’Italia. Ma così non è. Negli anni successivi prosegue la demolizione industriale dell’ex Fiat che colpisce ancora e soprattutto l’Italia: cede la Comau (robotica industriale) e l’Iveco (autobus e mezzi di difesa), chiude Grugliasco, lo stabilimento Maserati voluto da Marchionne che nel 2017 produceva circa 50.000 auto. Carlos Tavares taglia all’osso i costi di produzione, riduce o annulla addirittura gli investimenti produttivi in nuovi modelli di auto destinati soprattutto alle fabbriche italiane. Sulle prime i tagli ai costi e all’occupazione dell’amministratore delegato portoghese di Stellantis danno grandi risultati in termini di profitti ai proprietari (in prima istanza alla famiglia Agnelli-Elkann, principale azionista della multinazionale italo-franco-americana). Ma poi c’è il crollo. Quando i tagli piovono anche sugli impianti degli Stati Uniti, il più importante mercato del gruppo, scoppia il finimondo. Precipitano le vendite di auto in America, gli utili e le azioni in Borsa. Risultato: Tavares si dimette da amministratore delegato il primo dicembre 2024; o meglio, viene accompagnato alla porta per i troppi errori commessi. Elkann prende in mano le redini del gruppo per poco più di sei mesi, fino all’arrivo di Antonio Filosa, il nuovo amministratore delegato. Cambia poco. Elkann e Filosa confermano la “centralità” di Torino e dell’Italia, ma i fatti continuano a smentirli. Mirafiori, Cassino, Pomigliano D’Arco, Melfi, Modena, Termoli, Atessa rischiano il collasso, sono stati quasi svuotati negli ultimi tre anni da cassa integrazione, contratti di solidarietà, prepensionamenti, esodi incentivati. Gli scioperi dei metalmeccanici e, in particolare, quelli per il rilancio dell’auto della primavera e dell’autunno 2024, ottengono ben magri risultati. Cassino rischia perfino la chiusura: secondo la Uilm ha prodotto meno di 18 mila Alfa Romeo nel 2025. Non si vedono né i restyling promessi della Giulia e della Stelvio né i nuovi modelli. Per il 2026 si prevedono di costruire meno di 13.000 auto. Mirafiori è l’ombra di sé stessa. Nel 2024 la produzione sprofonda a circa 26.000 unità. Ora c’è in produzione la tanto attesa Fiat 500 ibrida, affianca la 500 elettrica che tira poco, potrà dare un po’ di respiro alla fabbrica. La lotta è per sopravvivere. Eppure Mirafiori era il cuore della Fiat, a Torino era il più grande stabilimento automobilistico d’Europa. Nel 1980 aveva ben 60.000 addetti e vantava un milione di auto costruite. Da allora è cominciata una drammatica caduta. Molti operai italiani per avere un salario pieno hanno addirittura accettato l’offerta dell’azienda di andare a lavorare nella fabbrica serba di Kragujevac. Gli investimenti promessi sono giunti solo con il contagocce negli stabilimenti italiani e le conseguenze sono state letali. Invece Stellantis apre il portafoglio all’estero: investirà 13 miliardi di dollari negli Usa creando 5.000 posti di lavoro, produce addirittura 600.000 veicoli all’anno nell’impianto di Vigo in Spagna (quasi il doppio di quelli costruiti nel Belpaese), sta ampliando lo stabilimento di Kenitra in Marocco per sfornare fino a 535.000 vetture entro il 2030, continua a potenziare la produzione in Brasile per mantenere l’egemonia in Sud America. C’è da riflettere. L’auto, un pezzo pregiato dell’industria, sta scomparendo da anni quasi nell’indifferenza. Nessuno ha saputo farne un tema di discussione nazionale: né le opposizioni, né il governo, né i sindacati, né le imprese. Eppure è enorme il valore aggiunto per l’occupazione, la coesione sociale, l’innovazione tecnologica, il reddito nazionale, la storia italiana (qui con l’industria è nata la classe operaia). La vendita di “Repubblica” e “Stampa” fa molto più notizia e crea più mobilitazione della possibile cancellazione dell’industria dell’auto. Elkann deve fare i conti con tante crisi. Anche la Juve e la Ferrari, altri due gioielli del firmamento Exor, non vanno più bene. Poi ha il problema dei guai giudiziari con la madre Margherita Agnelli per la contesa sull’eredità. Elkann da anni ormai guarda più fuori dell’Italia pur dicendo di amare Torino e la Penisola. Vende le attività industriali basate prevalentemente nel nostro Paese e investe in società del settore tecnologico, della sanità e del lusso (in genere estere). In sintesi: i settori che offrono più profitto e non gli impongono un impegno operativo imprenditoriale. Va spesso a New York, città in cui è nato e nella quale coltiva interessi e amicizie. La moglie Lavinia Borromeo invece sembra preferire l’Europa, in particolare ama Parigi. Probabilmente Gianni Agnelli non avrebbe approvato la decisione del nipote di vendere “Repubblica” e “Stampa”. L’Avvocato amava molto “La Stampa”, il giornale di Torino con taglio nazionale, da decenni proprietà della sua famiglia come la Fiat. Diceva: «Per me il massimo è vedere un professore dell’Università di Palermo che esce con “La Stampa” in tasca».

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