DOLCI AVVELENATI

di Andrea Follini

Festeggiare l’introduzione della pena di morte. È l’ultimo aberrante atto del discutibile ministro israeliano dell’ultradestra alla sicurezza interna, Ben Gvir, non insolito a manifestazioni di questo tipo, dopo l’approvazione in prima lettura della legge che autorizza le esecuzioni di terroristi, giudicati colpevoli dell’uccisione di cittadini israeliani. È lo stesso che passava per le carceri israeliane dove erano detenuti i palestinesi, per raccontare loro che la loro popolazione sarebbe stata sterminata e la Palestina distrutta. E sempre quello che dava dei terroristi ai componenti della Flottilla, rinchiusi e fatti sedere per terra, a favore di telecamere. Ma tant’è; rappresentazione plastica di un governo estremista, tenuto in piedi dalla necessità di non cadere nelle mani della giustizia, soprattutto per il suo primo ministro. E così, dopo settantuno anni dall’abolizione, si è cominciato l’iter per la reintroduzione della pena di morte in Israele, percorso legislativo che vede ancora la necessità di due passaggi parlamentari per la sua definizione. Per la verità, la sanzione è ancora prevista per alcuni reati, come genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Sembra quasi un paradosso, considerando la pronuncia della Corte Penale Internazionale proprio per quei crimini e che vede coinvolti il primo ministro Netanyahu ed il precedente ministro della difesa Yoav Gallant. Vedere ora Ben Gvir distribuire dolcetti negli uffici della Knesset come simbolo di festa per il traguardo raggiunto, è sconcertante. E viene da chiedersi se, di fronte a questo provvedimento, i giudizi benevoli di esponenti della destra italiana nei confronti del governo Netanyahu rimarranno ancora tali oppure se, davanti alla riproposizione della legge del taglione, così distante per fortuna dalla nostra cultura giuridica e costituzionale, rimarranno saldi nelle loro posizioni e nelle loro incongruenze. Il disegno di legge ha avuto, in questa prima lettura, trentanove voti a favore e sedici contrari. Quei sedici voti rappresentano uno Stato di Israele ed una porzione del suo popolo che credono in una narrazione diversa rispetto a tutto ciò che sono stati questi ultimi due anni in quella terra. Un segno di speranza che va sostenuto.

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