di Francesco Merico
Nell’ultimo numero abbiamo evidenziato la questione che riguarda il rapporto dei più giovani con il mondo digitale, un argomento di grande attualità che ha suscitato un notevole interesse e che riteniamo dunque giusto approfondire anche questa settimana con un focus (a cui ne seguiranno altri) su alcuni aspetti relativi al tema. Incominciamo approfondendo la situazione legislativa ad oggi nel nostro Paese: in Italia la normativa si muove lungo una linea di equilibrio tra libertà digitale e tutela dei minori. L’accesso ai social è consentito a partire dai 14 anni, in conformità con il GDPR, mentre per i più piccoli è richiesto il consenso dei genitori. Più che introdurre divieti rigidi, il legislatore italiano ha finora preferito rafforzare gli obblighi delle piattaforme: protezione dei dati, rimozione dei contenuti dannosi e maggiore trasparenza sugli algoritmi, anche sotto la spinta delle normative europee come il Digital Services Act. Intanto, il quadro normativo è ancora in evoluzione. Il disegno di legge promosso da Lavinia Mennuni (FdI) propone l’obbligo di verifica dell’età per l’accesso ai social e il consenso genitoriale sotto i 15 anni; a questo si affiancano le iniziative di Marianna Madia (Pd) e di Elena Sironi (M5S), orientate a rafforzare la tutela dei dati e ad alzare l’età del consenso digitale. Più restrittiva è la proposta di Mara Carfagna (Noi Moderati), che introdurrebbe limiti più rigidi tra i 13 e i 16 anni. Nonostante la varietà di approcci, queste misure condividono un presupposto: che sia possibile proteggere i minori intervenendo sull’accesso alle piattaforme più visibili. Continuando invece il viaggio in altre nazioni, in Grecia il governo guidato dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis ha scelto una linea più netta, proponendo un divieto di accesso ai social sotto i 15 anni, accompagnato da sistemi obbligatori di verifica dell’età e controllo parentale. Si tratta di un approccio più centralizzato e restrittivo, che punta a fissare un limite chiaro e uniforme. La Grecia, inoltre, non si limita a un intervento nazionale, ma punta a influenzare il dibattito europeo: il governo ha espresso l’intenzione di promuovere una sorta di “maggiore età digitale” comune nell’Unione europea, fissata intorno ai 15 anni, con regole uniformi su accesso e verifiche. L’obiettivo è evitare frammentazioni normative e rendere più efficace la protezione dei minori in un contesto digitale che, per sua natura, supera i confini nazionali. Eppure, sia il modello italiano sia quello greco rischiano di affrontare solo la superficie del problema: i social network rappresentano infatti la parte più visibile e regolabile dell’ecosistema digitale, ma non l’unica. Al di sotto di essi si estende il deep web, che comprende tutte le aree non indicizzate dai motori di ricerca ed il dark web, una porzione ancora più nascosta ed accessibile solamente tramite strumenti specifici sconosciuti ai più. È qui che si concentrano alcuni dei rischi più gravi per i giovani: nel dark web infatti è possibile entrare in contatto con mercati illegali, reti di sfruttamento, comunità che promuovono violenza, autolesionismo o radicalizzazione politica di stampo estremista. A differenza dei social tradizionali, queste piattaforme non sono soggette a controlli efficaci né a regolamentazioni trasparenti; così l’anonimato, spesso presentato come garanzia di libertà, diventa invece uno strumento che facilita abusi e crimini. Per un minore, l’accesso a questi ambienti può avvenire per curiosità o per sfida, ma le conseguenze possono essere estremamente gravi: molti dei casi di cronaca già da noi citati si incrociano con l’esistenza di queste “zone franche” oscure del web. Il deep web infatti, pur non essendo di per sé illegale, rappresenta comunque uno spazio ambiguo: molti contenuti utili e legittimi vi risiedono, ma la mancanza di visibilità e regolazione lo rendono un terreno fertile per la diffusione di materiali dannosi attraverso i quali i giovani, spesso privi di strumenti critici adeguati, possono trovarsi esposti a informazioni distorte, manipolatorie e/o traumatiche. Il punto però è che questi fenomeni non nascono nel vuoto. Come già scritto la scorsa settimana, l’attrazione verso spazi digitali estremi è spesso il riflesso di un disagio sociale più ampio: isolamento, mancanza di opportunità, assenza di spazi di aggregazione reali e dunque limitare severamente l’accesso ai social senza affrontare queste cause profonde rischierebbe di spingere i minorenni in particolare verso ambienti ancora meno controllabili e più pericolosi. Nei prossimi numeri continueremo allora ad esplorare insieme a voi lettori quest’argomento tanto delicato quanto importante, portandovi altre informazioni dal mondo e spunti di riflessione che possano contribuire a sensibilizzare sul tema del benessere digitale dei ragazzi, che nel mondo di oggi è intersecato in maniera inscindibile con quello psicofisico a tutto tondo.



