di Lorenzo Cinquepalmi
Il sole sorge a oriente, anche se lo dice la Meloni. Come abbiamo già scritto, il nostro valore di riferimento è la verità, non il pulpito da cui viene proclamata. Ci piace l’azione complessiva del governo in tema di giustizia? No, e non potrebbe essere diversamente: la drammatica situazione delle carceri e dei detenuti è lasciata da anni senza prospettive credibili di riconduzione alla legalità costituzionale, mentre ci sono membri del governo che dichiarano pubblicamente di godere della sofferenza dei carcerati. Intanto, nelle nostre galere (non c’è un modo meno crudo di chiamarle) si muore come se si fosse in guerra, condannati e custodi. Nei tribunali e, ancor peggio, nelle procure, il meccanismo generato dall’effetto combinato e perverso tra personale insufficiente, digitalizzazione zoppa e obbligatorietà dell’azione penale, ha trasformato l’amministrazione della giustizia in un’ordalia da cui, se ci entri, non puoi sapere come e quando ne uscirai ma, soprattutto, l’apparente obbligatorietà si è trasformata in una discrezionalità opaca, in cui il caso, o il capriccio del singolo sostituto, generano sommersi e salvati. Il tutto mentre la bulimia panpenalistica imperversa, in un delirio in cui rischia di diventare reato anche la scelta del colore o del tipo di nodo della cravatta: una riedizione della persecuzione del cravattino anarchico della belle époque. Eppure, l’evidente inadeguatezza del governo e del ministro di giustizia rispetto ai temi sul tappeto non basta a farci calare un velo sugli occhi e a farci valutare i provvedimenti con il pregiudizio anziché col giudizio. E allora, ripetiamo una volta di più che la separazione delle carriere è un provvedimento necessario, anzi, indispensabile; che teniamo così tanto all’indipendenza dei magistrati da volere, prima di tutto, l’indipendenza del giudice dal pubblico ministero, nella certezza che questa non si avrà finché le cordate dei pubblici ministeri potranno influire in modo determinante sulle carriere dei giudici, votando nello stesso Csm. Anche le modifiche introdotte in materia di giustizia contabile, se lette con occhi non offuscati dal pregiudizio, contiene elementi francamente condivisibili: introdurre un termine entro il quale la magistratura contabile debba emettere un giudizio preventivo sulla correttezza dei provvedimenti amministrativi, significa rendere l’azione della pubblica amministrazione più fluida e più coraggiosa. Non possiamo pretendere che i pubblici amministratori facciano bene il loro lavoro con un mazzo di spade di Damocle appese sulla loro testa da procure ordinarie, procure contabili, e tricoteuses politico-giornalistiche. La normalità comincia dalla neutralità della pubblica amministrazione, il che vale a dire che, esattamente come per l’aurora a oriente e non a occidente indipendentemente da chi l’annuncia, amministrare deve avere una sua oggettività a prescindere dall’appartenenza di chi amministra. Un risultato che ha come presupposto che l’intervento delle magistrature sia oggettivamente fondato sulla preventiva consapevolezza del pubblico amministratore della legittimità, o dell’illegittimità, del suo agire. Il limite sostanziale del provvedimento sta nel fatto che la ristrettezza dei tempi assegnati prima che cali la mannaia del silenzio assenso appare difficilmente compatibile con l’attuale organico della giustizia contabile. Niente di nuovo, insomma: in fondo, la gran parte dell’azione del governo sconta un’evidente fatica a riconciliare i principi, anche quando risultino condivisibili, con la loro applicazione pratica. Ritornando alla prima riga del cahier de doléance della giustizia, ovvero al sovraffollamento carcerario, il governo e la sua maggioranza soffrono di un’incapacità ideologica di risolvere il problema: quando, a fronte di un numero di persone private della libertà quasi doppio rispetto alla capienza sostanziale (che quella regolamentare è già di per sé una presa in giro) l’atteggiamento non è quello di ridurre il numero dei ristretti ma quello di aumentare le galere, il contrasto con i principi costituzionali consacrati nell’articolo 27 appare insanabile. Se si è gente che gode a pensare al detenuto a cui manca l’aria, non si riuscirà mai a concepire una forma di sanzione penale in cui l’afflittività risulti secondaria rispetto al recupero sociale. Eppure, è proprio questo il punto su cui deve appuntarsi l’azione delle forze politiche che fanno della libertà e del progresso la loro bandiera: un sistema penale non più imperniato sul carcere ma costruito sulla concreta riabilitazione del reo. Un sistema che, investendo sul recupero sociale di chi ha commesso reati, risparmia i costi sociali della recidiva, realizzando su vasta scala l’esperimento che ha dimostrato e dimostra ogni giorno che i percorsi alternativi alla detenzione fanno crollare la commissione di nuovi reati dal 40% al 3%. Sono ricette semplici e collaudate che la destra forcaiola non accetterà mai; ma non saremo mai così rozzi da rifiutare le poche cose giuste che la stessa destra forcaiola sta realizzando, prima tra tutte la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.



