di Stefano Amoroso
Una riforma che non modifica la giustizia ma che introduce un primo e fondamentale passo per portarla a compimento. Questa è, in sintesi, l’opinione di molti osservatori neutrali sulla riforma che, lo scorso 30 ottobre, è stata approvata in quarta lettura, e dunque in via definitiva, dal Senato. Il Ministro Carlo Nordio ammette che “esiste più di una ragione per essere perplessi sulla riforma”. Tuttavia, non sembrano essere quelle espresse dal Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che si riassumono nell’allarme di un tentativo di sottomissione della magistratura alla politica. Allarme del tutto immotivato perché, anzi, in teoria la riforma nasce per rendere i magistrati più liberi ed indipendenti dal condizionamento delle correnti e dei poteri forti. La separazione delle carriere tra Pubblici Ministeri e Giudici giudicanti esiste già nella realtà: si può passare da un percorso all’altro solo entro i primi dieci anni di professione, solo per una volta e cambiando Procura, per evitare conflitti d’interesse. Nell’ultimo anno a fare questo passaggio sono state poche decine di magistrati su un totale di 8800: lo 0,32% del totale. Ma se la riforma dovesse diventare legge, le professioni di Pm e magistrato giudicante saranno completamente diverse: diversa formazione, diversi percorsi professionalizzanti, e diversi Csm, peraltro con componenti estratti a sorte tra una rosa di nomi che risponda ad alcuni criteri rigidi ed oggettivi. Come ha ben evidenziato l’avvocato Lorenzo Cinquepalmi sulle pagine di questo giornale, in un articolo pubblicato lo scorso 27 settembre, avere una separazione netta e definitiva tra le due professioni costituisce la pietra miliare, e fondamentale, per costruire una vera magistratura indipendente dai condizionamenti che vengono dagli schieramenti correntizi, dai legami non sempre confessabili tra magistrati, e dall’influenza dei poteri forti. L’effetto si vedrebbe soprattutto nella fase delle indagini, nella fase della loro convalida, in quella del rinvio al processo e nella decisione di disporre o meno la carcerazione dell’indagato. In tutte queste fasi, com’è noto, i magistrati che devono verificare e giudicare l’operato degli inquirenti (Gip e Gup su tutti) tendono a condividere le tesi accusatorie con una regolarità impressionante: quasi nel 100% dei casi sono d’accordo coi loro colleghi Pm. Un po’ troppo, neanche i giudici inquirenti avessero il carisma dell’infallibilità papale. A quel punto iniziano i processi, lunghi, estenuanti e costellati di trabocchetti ed escamotages di entrambe le parti, sia l’accusa che la difesa. Alla fine, come è accaduto tante volte, un colpevole può salvarsi per un cavillo. Esattamente come un innocente essere condannato per una svista del Tribunale. Succede in tutto il mondo e nessun Paese ha una giustizia perfetta. Il punto, però, non è questo: è che molti indagati, a quei processi, non dovrebbero neanche arrivarci. Infatti, negli ultimi trent’anni, ci sono stati almeno centomila innocenti incarcerati ingiustamente. Nel libro-inchiesta di Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone (“Innocenti”, Giappichelli Editore) sono esposti i numeri choc di una giustizia che sbaglia: centomila persone detenute ingiustamente negli ultimi trent’anni, come dicevamo. Tra drammi personali e custodie cautelari abusate, lo Stato resta spesso silente e le vittime dimenticate. Anche perché questi “errori” vengono spesso lasciati senza risarcimento, ma comunque sono costati quasi un miliardo di euro alle casse pubbliche. Forse è questo uno dei motivi principali per cui il consenso a favore dei magistrati, come ha riconosciuto anche Nicola Gratteri, è sceso a livelli infimi tra gli italiani: appena il 36% dei cittadini del Belpaese hanno fiducia nella magistratura. Se è stato dissipato un grande patrimonio di consenso, che i magistrati avevano ai tempi di Mani Pulite, qualche domanda dovrebbero porsela anche loro. Non basta dunque una semplice separazione delle funzioni, come accade oggi: serve una separazione delle carriere, dei CSM e dei meccanismi premiali e punitivi. Non è una riforma della giustizia completa e perfetta e non ridurrà magicamente i tempi lunghi per i processi, né le mille disfunzioni che i cittadini e le imprese devono subire ogni giorno sulla loro pelle. Tuttavia, a parere del Psi che l’ha fortemente voluta e chiesta da sempre, è un primo passo fondamentale per avere una giustizia che funzioni e che non porti più a casi come quello che ha coinvolto il povero Enzo Tortora, od alla persecuzione di una parte della classe dirigente della Prima Repubblica, o a casi clamorosi come quello di Garlasco, ancora aperto dopo vent’anni a causa di un’estrema leggerezza (che sia voluta o meno, verrà stabilito da indagini apposite) nello svolgimento dell’inchiesta.



