di Mirko Dell’Uomo
Il 19 gennaio ricorre il ventiseiesimo anniversario della morte di Bettino Craxi, da esule, ad Hammamet. Una data che non appartiene soltanto alla memoria di una stagione politica, ma che continua a interrogare il presente. Craxi resta una figura ineludibile della storia repubblicana italiana ed europea. Ricordarlo oggi non è un atto nostalgico né celebrativo: è un esercizio di responsabilità politica, soprattutto in un tempo in cui il diritto internazionale appare sempre più fragile, piegato, aggirato. Craxi aveva una convinzione netta, ribadita più volte nei suoi interventi pubblici e nei consessi internazionali: il diritto internazionale non è una dichiarazione d’intenti, ma una scelta politica. O vale per tutti, o non vale per nessuno. Non può essere invocato a geometria variabile, utilizzato come clava contro i nemici e dimenticato quando ostacola gli interessi dei più forti. Per un socialista riformista come Craxi, la legalità internazionale era lo strumento attraverso cui limitare la forza, non giustificarla. Questa impostazione nasceva da una visione profondamente politica delle relazioni internazionali. Craxi sapeva che il mondo non è governato dalla morale astratta, ma riteneva che senza regole condivise e rispettate, la politica internazionale degenerasse inevitabilmente in arbitrio. Difendere il diritto internazionale significava, per lui, difendere l’autonomia della politica dagli istinti peggiori del potere. È con questa chiave di lettura che va osservato ciò che accade oggi in Iran. Un Paese attraversato da una repressione sistematica, brutale, che ha trasformato la protesta civile in una tragedia quotidiana. Le piazze iraniane sono popolate soprattutto da giovani: ragazze e ragazzi che chiedono libertà personali, diritti civili, dignità, futuro. Non chiedono la caduta violenta dello Stato, ma la fine di un sistema che li opprime. La risposta del regime è un bollettino giornaliero di arresti, torture, condanne a morte, uccisioni. Un elenco di vittime che cresce nel silenzio colpevole di troppe cancellerie. Craxi non avrebbe avuto esitazioni nel definire questa situazione per quello che è: una violazione grave e strutturale dei principi fondamentali del diritto internazionale. Non avrebbe accettato l’uso della sovranità come alibi per la repressione interna. Lo aveva detto chiaramente: uno Stato che si regge sulla paura e sulla violenza contro i propri cittadini perde legittimità politica prima ancora che giuridica. E quando la legittimità viene meno, la comunità internazionale non può limitarsi a osservare. La condanna del regime iraniano non è, dunque, una posizione ideologica. È un dovere politico e morale. Un potere che reprime le proprie piazze, che colpisce i giovani, che usa la morte come strumento di governo, viola sistematicamente i diritti umani e mina le basi della convivenza internazionale. Craxi, da socialista, avrebbe parlato con franchezza: la repressione non è stabilità, è il segno di una crisi profonda destinata ad aggravarsi. Ma il pensiero craxiano non si esauriva nella denuncia. Al contrario, si fondava su un principio altrettanto chiaro: la pace non nasce mai dalla legge del più forte. Non nasce dalle bombe, né dalle avventure militari presentate come soluzioni rapide. L’uso della forza è sempre la sconfitta della politica. Craxi lo dimostrò difendendo il primato della diplomazia, del dialogo e della mediazione anche nei momenti più difficili della scena internazionale, quando la tentazione della prova di forza sembrava prevalere. Questa lezione appare oggi drammaticamente attuale anche di fronte alle posizioni assunte dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Dichiarazioni e atti che mostrano una concezione del potere internazionale fondata sull’unilateralismo e sulla forza, in aperto contrasto con i principi del diritto internazionale. Il caso venezuelano è emblematico: condanniamo il regime di Nicolás Maduro e non lo riconosciamo come presidente legittimo. Ma ciò non autorizza, né può mai autorizzare, un altro capo di Stato a intervenire, arrestare, rimuovere un leader straniero perché non conforme agli interessi o al pensiero statunitense. Questo approccio è inammissibile, non solo sul piano giuridico, ma su quello politico e morale. Se si accetta l’idea che un presidente possa decidere chi governa un altro Paese, allora il diritto internazionale cessa di esistere. Diventa una finzione, sostituita dalla legge del più forte. È una deriva pericolosa, che apre scenari di instabilità globale. Ancora più inquietanti sono le dichiarazioni e le intenzioni espresse sulla Groenlandia, trattata come un oggetto geopolitico acquisibile. Qui siamo di fronte a una totale noncuranza del diritto internazionale, della sovranità e della volontà dei popoli. Nessun territorio può essere comprato, imposto o annesso contro il diritto e contro la volontà delle popolazioni. Pensare il mondo in questi termini significa riportare le relazioni internazionali indietro di decenni. Di fronte a questa grande crisi globale, il diritto internazionale offre strumenti che devono essere utilizzati fino in fondo: mediazione multilaterale, rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite, sanzioni mirate contro i vertici responsabili della repressione, isolamento politico di chi viola sistematicamente i diritti umani. Tutto questo va fatto con coerenza e determinazione. Ma senza mai aprire alla soluzione militare. Non è con la guerra che si proteggono i popoli. Non è con la forza che si costruisce la pace. A ventisei anni dalla sua morte, da quell’esilio che fu insieme umano e politico, il pensiero di Bettino Craxi continua a porre domande scomode. In un tempo in cui il diritto internazionale rischia di ridursi a una liturgia vuota, la sua lezione richiama la politica alle proprie responsabilità. Respingere l’arbitrio come metodo di governo del mondo non è solo un dovere morale: è una prova di credibilità per la comunità internazionale. Craxi ci ha insegnato che schierarsi non significa semplificare, ma assumersi il peso delle scelte. E che la pace, quella vera, nasce solo dalla giustizia, dal dialogo e dal rispetto delle regole comuni. Oggi più che mai, questa lezione non può essere ignorata.



