di Stefano Amoroso
Dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti erano riusciti ad imporre la loro egemonia a gran parte del mondo. Sembrava l’inizio di un lungo periodo di pace e prosperità, dietro la guida dell’unica superpotenza rimasta in piedi, quella americana. E invece, nella mattina del 24 febbraio 2022, quando i carri armati russi hanno varcato il confine tra l’Ucraina e le autoproclamate Repubbliche Autonome del Donetsk e Lugansk, l’incantesimo a stelle e strisce si è spezzato di colpo: l’egemonia americana ed occidentale è stata messa ufficialmente e palesemente in discussione da parte di una potenza militare e tecnologica (ma non commerciale, ed ancor meno economica o finanziaria) come quella russa. Quattro anni e mezzo dopo, i Paesi della Nato si sono ritrovati ad Ankara, in Turchia, per fare i conti con la situazione: il conflitto in Ucraina è tutt’altro che risolto, mentre il Medio Oriente è in fiamme, l’Africa in guerra ed in tutto il mondo si preparano nuovi potenziali conflitti, a cominciare da quello che potrebbe opporre Cina e Taiwan per il possesso dell’isola che a Pechino considerano “ribelle”. Il mondo è in subbuglio, insomma, e non solo per il meteo rovente. E l’unica industria che continua a battere record su record, da quasi cinque anni in qua, è quella bellica. La Nato si è quindi riunita ad Ankara, per prendere atto della crisi globale e dell’oggettiva perdita d’influenza e potere. Per rilanciarsi, l’alleanza militare più potente del mondo avrebbe bisogno di piani credibili a medio e lungo termine e soprattutto di unità d’intenti. Quello che è emerso dall’Anatolia, invece, è una grande confusione e incertezza. Lucio Caracciolo, con il grande acume che tutti gli riconoscono, ha definito l’epoca che viviamo ed il prossimo futuro come “l’età della transazione”, parafrasando “l’età della transizione” preconizzata da alcuni storici. Ci vorremmo associare all’ottimismo del direttore di Limes, ma temiamo che dal bazar di Ankara, sotto la regia del neo Sultano, Tayyip Erdogan, Presidente della Turchia, sia emersa solo una gran confusione. Innanzitutto, i fronti aperti per l’Occidente sono almeno tre: Ucraina, Medio Oriente (a sua volta composto di fronti più piccoli, da Gaza al Libano, passando per lo Yemen e l’Iran) e Taiwan. In secondo luogo, la strategia per affrontare queste crisi non è unitaria, ed appaiono sempre più evidenti le crepe dell’Alleanza. Infine, la crisi economica e l’invecchiamento della popolazione che è in atto, soprattutto in Europa, non lasciano presagire nulla di buono per il futuro. L’Amministrazione Trump, questo ormai è evidente, vorrebbe disimpegnarsi dalla Nato e dalla guerra in Ucraina, lasciando la continuazione della guerra agli europei, ma nello stesso tempo vuole costringere gli alleati ad armarsi comprando armi e tecnologie dalle aziende americane. Gli alleati, a cominciare da Europa e Canada, hanno ormai compreso di doversi rendere autosufficienti nella difesa dei propri confini, ma vorrebbero farlo dando impulso alle loro industrie nazionali e comprando dagli Usa solo lo stretto necessario. Altri partner, poi, a cominciare dalla Turchia che ospitava il summit, giocano su più tavoli: sono membri della Nato ed armano l’Ucraina contro la Russia, ma trattano con quest’ultima (ed ospitano frotte di turisti russi in vacanza, alla ricerca del sole e del mare del Mediterraneo). Infine, gli eredi di Ataturk sono al centro del progetto di un’alleanza militare e politica islamica sunnita che dovrebbe rendere più forti ed autonomi i Paesi del Golfo Persico, sia nei confronti della minaccia iraniana che di quella israeliana. Uno smacco terribile per Washington. A proposito di Israele, poi, il suo status è del tutto particolare: il legame strategico con gli Usa, ma anche con Regno Unito e Germania, appare indissolubile. Nello stesso tempo, però, a causa delle stragi di civili compiute dall’esercito israeliano, Tel Aviv è ormai diventato un partner assai scomodo per qualunque leader del mondo libero: l’opinione pubblica è fortemente contraria al sostegno alle guerre di Israele, che appaiono senza senso, senza una vera e propria strategia, e soprattutto senza fine. Vendetta allo stato puro. Per questo, a Tel Aviv, ormai si punta a sviluppare internamente le proprie armi e ad avere una propria larga autonomia in politica estera, commerciale e, soprattutto, militare. Anche l’Ucraina, infine, ha da tempo intrapreso la strada dell’autonomia. Coscienti del fatto che l’opinione pubblica occidentale è sempre più fredda nei confronti della guerra contro la Russia, e anzi, capendo che i filorussi stanno prevalendo, a Washington come a Parigi, a Roma come a Madrid, gli ucraini puntano a sviluppare una propria industria bellica nazionale ed a sviluppare accordi di collaborazione strategica con chi ci sta. E se l’Occidente finisse per diventare solo un grande mercato di armi e tecnologie belliche, senza un centro direzionale, utile solo a fornire dei partner esterni che oggi sono alleati per convenienza o necessità, ma domani chissà? È quello che succede quando comandano i soldi e la finanza, ma non la politica: di solito, è il preludio a grossi guai.



