di Bobo Craxi
Il blitz americano a Caracas è l’ultimo episodio in ordine cronologico di una serie di strappi all’ordine mondiale che non appaiono rammendabili in un breve periodo. Si equivoca chi attribuisce alla sola amministrazione americana la responsabilità di aver fatto saltare il tappo dell’equilibrio multilaterale del pianeta; esso è una conseguenza del combinato disposto delle crisi economiche che sono divampate nel post-pandemia mondiale, che hanno riproposto in forme ingigantite il duello fra le grandi potenze mondiali dall’istinto imperialista con il corollario del risveglio russo e della sua sete espansionistica bloccata da tre anni nel pantano ucraino. L’assalto al caduco regime venezuelano avviene nel quadro dello smantellamento dell’asse del male Mosca-Teheran-Caracas, che da tempo le amministrazioni americane tenevano nel mirino. D’altronde il regime che si ispirava alla rivoluzione bolivariana non è stato altro che l’arrocco necessario per una potenza economica sudamericana che non aveva altri mezzi per difendere la propria integrità e sovranità politica ed economica, che restaurando un regime a sfondo militare coperto dal velo del richiamo ideologico alla nobile storia di risorgimento nazionale – quale fu quella che si lega al nome di Simon Bolivar, una sorta di Giuseppe Garibaldi in salsa caraibica eroe delle lotte di indipendenza sudamericane (Venezuela, Perù, Bolivia, Ecuador, Colombia) – contro la colonizzazione ispanica; ma stiamo parlando di più di un secolo fa. Stretto dalla morsa dell’embargo economico, insidiato da un’opposizione democratica che non è riuscita in venti anni a disarcionare la cupola dominante e che, per disperazione, ha persino invocato il rovesciamento attraverso l’uso della forza militare come ha fatto la stessa Corina Machado, l’epigono femminile dell’argentino Milei oggi insignita nientemeno che del Nobel per la Pace. Maduro che successe al più carismatico Comandante Chavez non fu mai considerato l’uomo solo al comando o il dittatore di cui si parla, quanto piuttosto la continuità di un blocco di potere che saldava interessi economici, le cui briglia erano tenute dalla sua numero due, oggi ascesa alla guida della nazione, e soprattutto dal potere militare e della polizia, blocchi necessari per mantenere la sicurezza ma soprattutto la longevità del potere. Insidiato dall’embargo economico americano il regime si è chiuso sempre di più e sempre di più ha stretto la corda contro l’opposizione interna fino a soffocare se stesso; non è stato sufficiente riaprire le porte alle major petrolifere americane per superare le ostilità di Washington, il Venezuela è snodo politico, economico fondamentale al fine di riacquistare centralità nel proprio “cortile di casa” con l’obiettivo di uniformare i regimi limitrofi alla strategia MAGA. Il Sudamerica democratico non è tuttavia rimasto a guardare, pur considerando scellerata la condotta degli ultimi 24 mesi del regime venezuelano si è espresso con parole di grande preoccupazione circa la filosofia che sorregge questo nuovo interventismo statunitense che ricorda i nefasti anni ’70. Lo hanno fatto all’unisono i governi di Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay affermando la loro preoccupazione “di fronte a qualsiasi tentativo di controllo governativo, amministrazione o appropriazione esterna di risorse naturali o strategiche, che sia incompatibile con il diritto internazionale e minacci la stabilità politica, economica e sociale della regione”. Diceva il Presidente Nordamericano George Bush senior, a proposito della politica, che essa doveva sempre essere un “giusto mix fra interessi e valori”. Ora Donald Trump ha scelto di rinunciare alla guida delle democrazie occidentali e noi dobbiamo ben comprendere che c’è un aperto conflitto fra gli interessi italiani e quelli Usa, dobbiamo fare in modo che il popolo europeo di cui facciamo parte faccia un grande sforzo contro la rassegnazione alla decadenza democratica. Che contribuisca l’Italia a ricostruire un pensiero nuovo e integrato e ricostruisca una guida democratica. Non lasciandosi stringere nel gioco tra Cina, Russia e Stati Uniti di Trump.



