Con la presenza al Board of peace su Gaza l’Italia abdica al suo ruolo diplomatico

di Andrea Follini

C’è una linea sottile che separa la diplomazia dalla legittimazione. Ed è una linea che Italia, scegliendo di partecipare come osservatore al cosiddetto “Board of Peace” sulla Striscia di Gaza, ha deciso di attraversare con una leggerezza che sorprende e inquieta. L’argomento ufficiale è noto: esserci per capire, esserci per mediare, esserci per non lasciare vuoti. È il mantra di ogni governo che voglia rivendicare un ruolo internazionale senza assumersi fino in fondo il peso delle decisioni. Ma la presenza, anche solo simbolica, non è mai neutra. In politica estera, il posto che occupi a un tavolo conta quanto le parole che pronunci; e talvolta di più. Tanto si sta discutendo circa il mancato rispetto dei dettami costituzionali in questa scelta del governo Meloni; e non possiamo che evidenziarlo anche noi. Il punto non è negare l’urgenza di discutere la tragedia di Gaza, né sottovalutare la necessità di ogni spiraglio diplomatico. Il punto è interrogarsi sulla natura del consesso a cui si è scelto di partecipare. Quando un board nasce senza un mandato chiaro, senza un’architettura multilaterale riconosciuta, senza una reale rappresentanza delle parti coinvolte e, soprattutto, senza meccanismi di responsabilità, il rischio è che diventi una passerella. Ed è ciò che abbiamo visto giovedì. Una vetrina per regimi in cerca di rispettabilità, per governi desiderosi di ripulire la propria immagine internazionale, per attori che della parola “pace” fanno un uso cosmetico. Si dirà: ma l’Italia ha partecipato solo come osservatore. Proprio qui sta l’equivoco. Al di là del citato rispetto costituzionale, l’osservatore non è un fantasma. La sua presenza ha certificato che l’iniziativa merita attenzione, che il tavolo ha una dignità politica. È un timbro, un sigillo implicito. E quando attorno a quel tavolo siedono governi che con la pace hanno un rapporto strumentale, che reprimono il dissenso interno e brandiscono la questione mediorientale come leva propagandistica, la linea sottile tra dialogo e complicità si assottiglia pericolosamente. La storia diplomatica italiana è fatta di equilibrio, di ponti, di paziente tessitura. Ma è anche fatta – quando ha dato il meglio di sé – di scelte nette. Ci sono contesti in cui l’assenza pesa più della presenza, in cui il rifiuto di partecipare è un messaggio più forte di qualsiasi dichiarazione. Soprattutto quando il rischio è di trovarsi in un congresso di autocrati e opportunisti che cercano nella parola “pace” un ombrello retorico sotto cui riparare interessi ben più concreti: influenza regionale, consenso interno, contratti energetici, nuove alleanze tattiche. C’è un’altra questione, meno visibile ma non meno decisiva. Partecipare a un organismo privo di un chiaro radicamento nel diritto internazionale significa contribuire alla frammentazione degli sforzi diplomatici. Oggi già la stessa Onu vive una profonda crisi di rappresentanza e di capacità di intervento. Ed inoltre la crisi di Gaza è già teatro di iniziative parallele, di tavoli concorrenti, di mediazioni sovrapposte. Ogni nuovo “board” che nasce fuori dai canali istituzionali rischia di indebolire quelli esistenti, di creare cortocircuiti, di alimentare ambiguità. La pace non ha bisogno di palcoscenici; ha bisogno di sedi credibili, di attori legittimati, di processi trasparenti. L’Italia avrebbe potuto – e dovuto – mantenere una distanza critica. Avrebbe potuto affermare che la pace non si costruisce in consessi opachi, né si affida a chi usa i conflitti come strumenti di pressione geopolitica. Avrebbe potuto chiedere garanzie, condizioni, criteri. Invece ha scelto la via più comoda: esserci senza esporsi, partecipare senza impegnarsi, osservare senza prendere posizione sulla qualità politica dell’iniziativa. È una scelta che riflette una tendenza più ampia della nostra politica estera: il timore di scontentare, la ricerca di un ruolo “ponte” anche quando i pilastri da collegare sono instabili o moralmente discutibili. Ma fare da ponte tra chi persegue davvero la pace e chi la usa come slogan non è neutralità: è confusione. La credibilità internazionale non si misura dal numero di tavoli a cui si siede, ma dalla coerenza delle proprie scelte. Se il “Board of Peace” si rivelerà l’ennesima conferenza senza conseguenze, un’arena di dichiarazioni solenni e impegni vaghi, l’Italia avrà comunque contribuito a dargli una patina di legittimità. E questo, in un momento in cui la parola “pace” è già logorata da abusi e strumentalizzazioni, non è un dettaglio. E peggio ancora sarà se quel consesso concepirà iniziative che poco hanno a che fare con una mediazione verso la pace, bensì volte a risvolti economici e finanziari. E tutto questo, lo ricordiamo, sulla pelle di quel popolo che a quel tavolo non ha rappresentanti, mentre si parla proprio di lui. Per l’Italia il problema non è l’isolazionismo. Si tratta di discernimento. In un mondo in cui proliferano forum, piattaforme e summit autoproclamati, la vera responsabilità di una media potenza europea è scegliere con cura dove mettere il proprio nome e la propria bandiera. Non tutti i tavoli meritano una sedia italiana. Talvolta, il gesto più forte è restare fuori.

Ti potrebbero interessare