di Andrea Follini
È uscito nei giorni scorsi un nuovo libro di Mario Draghi, già Presidente del Consiglio Italiano ed anche guida della Banca Centrale Europea. Con “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo” (Rizzoli Editore) Draghi consegna ai lettori un lavoro che è molto più di un saggio economico. È un manifesto politico, un appello civile e, per certi aspetti, un ultimo avvertimento all’Europa, in cui raccoglie e sviluppa le riflessioni maturate negli ultimi anni, a partire dal celebre rapporto sulla competitività europea commissionatogli dalla Commissione europea, per costruire una visione organica del futuro del continente. Il titolo non lascia spazio a sfumature. “Competere o sparire” non è una provocazione editoriale, ma la sintesi di una diagnosi severa: l’Europa rischia l’irrilevanza economica, politica e strategica se non sarà in grado di affrontare con decisione le trasformazioni del nuovo ordine mondiale. Secondo Draghi, con un inciso che è difficile non condividere, afferma che “il tempo delle mezze misure è terminato”. La globalizzazione che ha accompagnato la crescita europea negli ultimi decenni si è esaurita, mentre il confronto tra Stati Uniti e Cina impone nuove regole del gioco. In questo scenario, il Vecchio Continente appare spesso diviso, lento e incapace di tradurre il proprio peso economico in influenza geopolitica. Con una argomentazione molto chiara, Draghi lascia da parte riferimenti e nostalgie di un’Europa che orami non c’è più e, come sua abitudine, guarda in avanti. Il suo è un ragionamento pragmatico, costruito attraverso dati, analisi economiche e osservazioni politiche. Tuttavia, dietro il linguaggio sobrio dell’economista emerge una convinzione profondamente politica: l’Unione Europea può sopravvivere soltanto se saprà trasformarsi. I temi affrontati sono quelli che dominano il dibattito internazionale: innovazione tecnologica, transizione energetica, difesa comune, autonomia strategica, politica industriale e sicurezza economica. Secondo Draghi, il ritardo accumulato dall’Europa nei confronti delle grandi potenze non può essere colmato attraverso interventi sporadici o, peggio ancora, lasciati all’impegno solo di alcuni dei Paesi dell’Ue: servono investimenti su larga scala – il Next Generation Eu è stata una sorta di prova generale, una maggiore integrazione e soprattutto una capacità decisionale che superi i veti nazionali e le lentezze burocratiche. Particolarmente interessante è la riflessione sul cosiddetto “federalismo pragmatico”, concetto che l’autore ripropone in più punti nel libro. Quello della necessità di una federazione europea (a noi socialisti piace pensarla come Stati Uniti d’Europa) non dev’essere più un ideale astratto o peggio ancora un approdo ideologico; Draghi la considera invece una necessità funzionale: l’unico strumento in grado di consentire all’Europa di agire con efficacia in un mondo dominato da attori continentali. Non si tratta quindi di scegliere tra più o meno Europa, ma tra un’Europa capace di incidere e un’Europa destinata a subire le decisioni altrui. Un punto di non ritorno rispetto al quale ci si è più volte interrogati, ma sul quale ora Draghi mette nero su bianco idee per guardare oltre. Il libro è destinato a far discutere nel contesto politico italiano, dove da sempre l’Unione europea ha sostenitori e detrattori: c’è già chi vede nella centralizzazione delle decisioni un rischio per la rappresentanza democratica e chi teme che il concetto di competitività finisca per subordinare altre priorità sociali e culturali. Che si condividano o meno le sue conclusioni, il merito del libro è quello di riportare al centro del dibattito una questione che si tende con troppa facilità a mettere a lato, ogni qualvolta il mondo ci propone nuove tensioni o nuove architetture geopolitiche; ovvero quello del ruolo stesso dell’Europa, rispetto ai suoi rapporti interni come verso l’esterno, il presunto elefantismo del suo apparto burocratico. Draghi indugia invece su un aspetto meno analizzato ma più stimolante: quello del futuro dell’Europa come comunità politica. Ed è proprio questa ambizione a fare di “Competere o sparire” una delle letture più rilevanti dell’anno. E sarebbe un errore liquidare il libro come l’ennesimo esercizio di ingegneria istituzionale. Ciò che colpisce maggiormente sono il tono e la preoccupazione autentica per il destino europeo. Draghi descrive un continente che ha garantito pace, prosperità e libertà per decenni, ma che oggi rischia di perdere progressivamente la capacità di determinare il proprio futuro. La questione, dunque, non riguarda soltanto il Pil o la crescita economica: riguarda la libertà degli europei di continuare a scegliere il proprio modello di società. Da questo punto di vista, Competere o sparire rappresenta probabilmente il libro più politico mai pubblicato da Mario Draghi. Non perché contenga un programma di governo (o forse sì?) ma perché pone una domanda fondamentale: quale ruolo vuole avere l’Europa nel XXI secolo? L’autore offre la sua risposta con la consueta lucidità, senza concessioni all’ottimismo facile e senza cedere al pessimismo, con una presa di consapevolezza finale che dice tutto: l’Europa dispone ancora delle risorse economiche, culturali e democratiche per restare protagonista. Ma il tempo per decidere si sta esaurendo.



