di Giada Fazzalari
L’America non esiste più. O almeno, non esiste per come l’avevamo conosciuta noi: regolata da un’economia solida, fondata su ideali di libertà, faro di democrazia, un grande Paese dove i diritti sono garantiti per tutti. Punti di riferimento che stanno irrimediabilmente venendo meno, sacrificati sull’altare di un nuovo ordine mondiale. Un ordine stravolto quattro anni fa da Putin che, invadendo l’Ucraina, ha decretato nuovamente la guerra nel cuore dell’Europa. E poi riscritto con l’imposizione sulla scena internazionale di Donald Trump, che ha messo in campo nuovi strumenti di pressione, per non dire vere e proprie armi: dazi, dipendenza economica, protezionismo sfrenato, supremazia della legge del più forte e non di quella della diplomazia e del diritto internazionale. E come se non bastasse, il pericoloso sdoganamento di vere e proprie esecuzioni di cittadini americani innocenti, ammazzati dall’ICE a Minneapolis: un altro passo verso la demolizione dello stato di diritto. Come ha reagito l’Europa? Da una parte facendo fatica a muoversi in modo unitario su dossier enormi e decisivi (dai dazi, al Mercosur). E, dall’altro, con un solo coro di voci quando era venuto il momento di dare un nome: definendo Trump minaccia alla democrazia, pericolo autoritario, traditore del multilateralismo. Il bullo sfascia tutto. Tutto comprensibile: ma se sulla diagnosi non ci sono dubbi, il guaio è che la terapia che è tutt’altro che chiara. Il vero errore che può commettere l’Europa è considerare la nuova America di Trump una parentesi, non riuscendo a vedere che invece si tratta di una crisi strutturale dell’ordine liberale occidentale. Non una deviazione populista, o una anomalia, ma un nuovo mondo, un nuovo assetto internazionale. Provando, l’Ue, a entrare nel processo delle decisioni, magari dentro lo studio ovale, anziché commentarle e, dunque, subirle, quando sono già state prese. Di fronte a un presidente che ha indebolito le alleanze americane fino a minacciarne la sopravvivenza, che affida la politica estera a continue prove di forza, conviene cambiare paradigma. L’Europa può, insomma, continuare a riflettere su come eravamo. Oppure prendere atto che è iniziata una nuova storia della quale conviene scrivere qualche pagina.



