Di Giada Fazzalari e Lorenzo Cinquepalmi
Da Repubblica fondata sul lavoro a Repubblica fondata sulla pensione. Il rapporto Caritas di questa settimana ci dice che una fascia di povertà che coinvolge quasi un decimo degli italiani ha assunto un carattere di “strutturale normalità” e nelle famiglie che la popolano il principale sostegno sono le pensioni dei nonni. Ma lo stesso rapporto ci dice anche che il numero dei pensionati ridotti a rivolgersi alla Caritas per sopravvivere è quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni, evidenziando che quella sorta di ammortizzatore sociale spurio costituito dalla redistribuzione delle pensioni dei cittadini più anziani copre sempre di meno un fabbisogno in crescita: i poveri aumentano mentre le pensioni calano in relazione al costo della vita. Inoltre, l’effetto mitigatore della comunità famigliare sulla povertà strutturale, quella dinamica in cui l’aggregazione riduce l’incidenza dei costi e la contribuzione di più soggetti lenisce l’insufficienza del reddito, va in crisi per effetto dell’aumento della condizione di solitudine. I nuclei monopersonali sono passati, in dieci anni, da meno di un quarto a un terzo del totale. La solitudine è un altro elemento di debolezza della società, una debolezza economica e, soprattutto, morale, che spesso scivola nella disperazione. Pensionati poveri, lavoratori poveri, poveri soli, poveri malati che non si curano perché anche il diritto alla salute, garantito dalla Costituzione, è diventato un lusso a pagamento. Il rapporto Caritas conferma la fotografia del fallimento della capacità dello stato italiano di rispettare la sua carta fondamentale: dall’inadempiuto dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza, impedendo il pieno sviluppo della persona umana, alla negazione della garanzia di cure agli indigenti e della tutela della salute. Il fallimento è della politica, incapace di un atto di coraggio, in un senso o nell’altro. O si ha il coraggio di dichiarare che si abbandona il modello europeo di welfare state (che, tuttavia, è quello dettato dall’art. 3 della Costituzione), o si ha il coraggio di affrontare davvero il nodo della generazione e dell’impiego delle risorse: oggi, la liquidità che lo stato riesce a raccogliere è inferiore a ciò che dovrebbe essere. Se la pressione fiscale in relazione al PIL italiano colloca il paese tra quelli a tassazione più elevata, come Francia e Danimarca che, però, il welfare state ce lo hanno davvero, il gap che spiega la mancanza di risorse emerge quando si esamina il PIL pro capite. L’Italia, quella che fu la quarta potenza economica mondiale a cavallo tra anni 80 e 90 del 900, ha un PIL pro capite inferiore del 30% a quello della Germania, del 15% inferiore a quello della Francia, comunque inferiore alla media europea che comprende i paesi dell’est. Quello che manca al nostro paese, dunque, è la produttività; quella che, evidentemente, c’era trenta/quaranta anni fa e che oggi manca. Ma se in questo stesso periodo la produttività è scesa, la povertà è aumentata, la solitudine ha devastato il nostro tessuto sociale, il 10% dei più ricchi è arrivato a possedere il 60% della ricchezza del paese, il rating dell’Italia è passato dalla tripla A all’attuale tripla B, allora bisogna avere l’onestà di riconoscere che è il modello politico della seconda repubblica ad avere clamorosamente fallito. Del resto, i risultati del sondaggio ucronico di Bidimedia, indirettamente lo confermano: elettori di oggi, campione rappresentativo dei votanti attuali, non un’associazione di reduci della prima repubblica, hanno dichiarato che se alle elezioni si presentassero i partiti del 1983, assegnerebbero al PCI il 22%, alla DC il 21%, al PSI craxiano quasi il 13%, e al Movimento Sociale, i nonni della Meloni ma, a ben vedere, profondamente diversi sulle questioni sociali, il 18%. Il sondaggio è stato ripetuto più volte periodicamente degli ultimi anni, con risultati sempre tra loro coerenti. Nella comprensione delle ragioni delle risposte che i potenziali elettori hanno dato alla domanda sta la possibilità di dare all’Italia una prospettiva politica diversa dall’attuale, più coerente con le realtà politiche dei paesi motori dell’Europa, che possa cercare di restituire un futuro agli italiani. È evidente che il malessere degli italiani sta raggiungendo livelli non più gestibili: se la dissimulazione della politica, sorretta dalla corrività dell’apparato mediatico-comunicativo, mantiene la situazione al di fuori della percezione collettiva, questo non significa che la massa del disagio individuale non possa evolvere spontaneamente in una presa di coscienza generalizzata. Occorre dare una risposta politica; occorre abbandonare il minuetto delle sfumature e dire con chiarezza che la politica industriale deve cambiare radicalmente, che la produttività deve crescere, che la ricchezza deve circolare ed essere redistribuita; che bisogna premiare i meriti per generare le risorse con cui soccorrere i bisogni. Che, insomma, ci vuole una ricetta socialdemocratica per riportare il paese a generare ricchezza e a redistribuire benessere: se occorre proteggendo, se occorre opponendosi alla finanza globale e a chi se ne fa paladino.



