di Domenico Oliva
C’è un filo rosso che unisce le divise e le celle, che lega le “sentinelle” della nostra sicurezza al recluso. È il filo della sofferenza psicologica, della solitudine istituzionale, della pressione costante. E oggi quel filo si spezza troppo spesso: nei numeri dei suicidi tra le Forze dell’Ordine, nella Polizia Penitenziaria, tra i detenuti. I dati sono allarmanti e non possono essere archiviati come fatalità individuali. Il tasso di suicidi tra le Forze dell’Ordine in Italia è più alto rispetto alla popolazione generale, arrivando a sfiorare l’1 per mille (contro lo 0,60‰) e superandolo in alcuni corpi come la Polizia Penitenziaria (1,30‰). Il suicidio è considerato una delle prime cause di morte tra gli agenti; da ultimo quello di una commissaria di 27 anni in Valsusa mentre sono già cinque tra i carabinieri e tredici in totale da inizio anno. Negli ultimi dieci anni si sono registrati circa 450 casi totali, di cui oltre 60 nella sola Polizia Penitenziaria. Nel 2024 sono stati registrati quasi 20 suicidi tra Forze dell’Ordine e Forze Armate. Non si tratta di statistiche fredde: sono vite spezzate, famiglie travolte, colleghi segnati per sempre. Ma l’altra faccia della medaglia è altrettanto drammatica. Nel 2024, il tasso di suicidi nelle carceri italiane ha raggiunto livelli record, con 91 casi registrati e un tasso di 14,8 per 10mila detenuti, superando il precedente picco del 2022 (85 casi). Un dato che racconta di un sistema penitenziario al limite, stretto tra sovraffollamento cronico, strutture fatiscenti e carenze di assistenza psicologica. Circa 63mila detenuti a fronte di circa 47 mila posti realmente disponibili con un sovraffollamento medio che supera il 130-138%, con punte che in alcuni istituti arriva al 200%. Le immagini delle carceri parlano da sole: celle pensate per due persone che ne ospitano tre o quattro, spazi comuni ridotti, sezioni chiuse per carenza di personale. In questo contesto si trovano a convivere due fragilità: quella dei detenuti, spesso segnati da marginalità sociale, dipendenze, disagio psichico; e quella degli agenti, chiamati a garantire ordine e sicurezza in condizioni operative sempre più gravose. Il sovraffollamento diventa un moltiplicatore di tensioni; ogni turno si trasforma in equilibrio tra emergenze continue, aggressioni, autolesionismi. L’agente penitenziario non è solo custode: è mediatore, soccorritore, psicologo improvvisato senza strumenti mentre il detenuto vive una reclusione che spesso si traduce in abbandono. La pena dovrebbe tendere alla rieducazione ma quando si trasforma in mera custodia, diventa terreno fertile per la disperazione. Nelle Forze dell’Ordine il disagio psichico resta ancora un tabù. La cultura della forza, della resistenza, dell’autocontrollo rende difficile chiedere aiuto. Chi indossa una divisa teme di essere giudicato fragile, non idoneo, inaffidabile. Il risultato è il silenzio. Turni massacranti, carenze di organico, esposizione a violenza e conflitti, responsabilità crescenti e riconoscimenti economici insufficienti alimentano una pressione costante; oltre a trasferimenti improvvisi, difficoltà familiari, isolamento. In un Paese che invoca più sicurezza, si investe troppo poco nella sicurezza psicologica di chi quella sicurezza la garantisce. Il pensiero socialista non può soprassedere sulle condizioni delle carceri ma deve interrogarsi sulle cause strutturali. La crisi dei suicidi tra agenti e detenuti è segno di un modello che ha ridotto il sistema penitenziario e della sicurezza a terreno di propaganda, senza una vera pianificazione sociale. Da un lato, si chiedono più arresti e pene più severe; dall’altro, non si investe in edilizia penitenziaria, salute mentale, formazione del personale, prevenzione del disagio. Si parla di legalità, ma si dimentica la dignità. La sicurezza non è solo repressione: è coesione sociale, lavoro, istruzione, servizi territoriali. Le carceri sono lo specchio delle disuguaglianze. E le divise pagano il prezzo delle contraddizioni di un sistema che scarica su di loro problemi irrisolti altrove: marginalità urbana, dipendenze, disagio psichico, povertà. Per spezzare questa spirale servono scelte politiche chiare e una riforma strutturale contro il sovraffollamento, con misure alternative alla detenzione per i reati minori e potenziamento dell’esecuzione penale esterna; assunzioni nelle forze di polizia, riducendo i carichi di lavoro; efficienti servizi di supporto psicologico per gli agenti e tutela della carriera; rafforzamento del servizio penitenziario di psicologia; rinnovo strutturale degli istituti fatiscenti e formazione dei detenuti. Uno Stato che lascia soli i propri servitori e abbandona i reclusi non è uno Stato forte, è uno Stato fragile. Le sentinelle della nostra sicurezza e il recluso sono i due lati della stessa medaglia. Difendere la dignità dell’uno significa difendere anche l’altro. La sicurezza autentica nasce dalla giustizia sociale, non dalla rimozione o dal nascondimento del problema.



