di Antonio Mulieri
Quando alla fine degli anni ’80 del secolo scorso nacque la Lega Nord, il Paese si accorse che la parte più parassitaria della questione meridionale aveva partorito una clamorosa questione settentrionale. Umberto Bossi era riuscito, in maniera rocambolesca e un po’ epica, a dare rappresentanza politica al ceto produttivo del Nord che mal sopportava gli sprechi del sottogoverno a trazione meridionalista. Sprechi, malversazioni, clientelismi e cattedrali nel deserto avevano drenato verso Sud risorse imponenti da un Nord industriale che aveva già compreso le difficoltà della globalizzazione e l’urgenza di una fiscalità meno oppressiva. Il movimento creato da Umberto Bossi, nel mentre portava in Parlamento e nel pubblico dibattito la questione settentrionale, faceva emergere ulteriori contraddizioni del quadro sociale, politico, economico e culturale dell’Italia di quegli anni. In qualche modo la Lega di Bossi, pur entrando in seguito in un filone di Mani Pulite – da cui uscì con straordinaria abilità comunicativa – fu parte del generale scontento nei confronti delle “degenerazioni” della partitocrazia della Prima Repubblica, tanto che fu protagonista determinante dell’aggressione frontale all’assetto politico come lo si era conosciuto a partire dalla nascita della Repubblica. Accaddero anche altre cose, però; per esempio che la classe operaia del Nord, che storicamente votava a sinistra, iniziò a votare Lega Nord, che qualcuno a sinistra, intelligentemente, definì “una costola della sinistra”. E quindi rappresentò un primo rimescolamento degli automatismi elettorali e “di classe” che sin lì avevano funzionato con una certa regolarità. Dopodiché il Senatùr riuscì in un’altra impresa ancora: ribaltare gli schemi ideologici in vigore da Yalta, e quindi a intuire prima degli altri il crollo del muro di Berlino. Tutto questo, che rappresentò una vera e propria rivoluzione politica, portò a galla anche alcuni lati oscuri della questione settentrionale (che pure aveva e ha una sua ragion d’essere): un certo corporativismo interessato ed egoistico del mondo industriale, pulsioni antistatali nei ceti più ricchi e in quelli più subalterni, tentazioni secessioniste e autonomiste violentemente ostili a valori quali la solidarietà tra territori, la redistribuzione della ricchezza, il principio di unità nazionale. L’ideazione simbolica della Padania, da questo punto di vista, fu il punto più alto in termini comunicativi e il punto più basso da un punto di vista del senso di responsabilità del movimento creato con guascona determinazione da Umberto Bossi, che rimane una delle figure più interessanti della politica italiana a cavallo tra Prima e Seconda Repubblica. Perché Bossi, che è stato costretto a uscire di scena dopo il grave ictus che lo ha colpito nel 2004, incarnava un tipo molto particolare di “homo nordicus”, in qualche modo addirittura agli antipodi dello stereotipo dell’uomo del Nord riservato, laborioso, calcolatore, algido, in giacca e cravatta. Al contrario, Bossi era tumultuoso, collerico, provocatore, istrione, aggressivo, “descamisado”, popolano, addirittura rozzo. Sapeva stare sulla scena pubblica con straordinaria resa comunicativa, oscillando costantemente tra la farsa e la congiura, tra l’eversione e la furbizia politicista. Tutte le contraddizioni del Bossi di lotta e di governo si manifestarono quando si alleò con Berlusconi, che per la Lega significò una difficile spola tra le spinte secessioniste delle valli del Nord e i tatticismi del governo romano, nei quali Bossi eccelleva con straordinarie doti da funambolo. Perché Bossi costruì tutta la sua carriera politica sulle contraddizioni, che sapeva innescare e maneggiare come pochi, e che andavano a sintesi unicamente intorno al suo carisma di “lider maximo”, certificato ogni anno dal rito postmoderno di Pontida. Bossi fu tante cose: un politico sguaiato e anti-istituzionale, ma fu anche abile tessitore di strategie e geniale regista di operazioni politiche spericolate, lucido organizzatore (ai limiti della tirannia) di un partito cresciuto dal basso con sacrifici carbonari e pantagruelico comunicatore politicamente scorretto, indifferente alle “buone maniere” della ritualità politica tradizionale, tanto che si contano e centinaia le sue battute, le sue invettive, le sue “bassezze” leggendarie. Con la morte di Umberto Bossi muore un personaggio straordinario (di caratura letteraria) della politica italiana, che incarnò come pochi cinismi e romanticismi, raffinatezze e brutalità della politica italiana. Fu un vero barbaro ma, come tutti i barbari che puntarono su Roma per distruggerla, finì con l’essere contagiato anche lui dalle decadenze e dai bizantinismi della Capitale, dalle lusinghe del potere, dalle manovre oscure ed estenuanti dei poteri emersi e sommersi del governo e del sottogoverno. Tanto che fu malinconica la sua uscita di scena, quasi poetica la sua presenza pubblica all’indomani della malattia. La sua faccia provata e scavata, e il suo corpo riverito come un padre nobile da ascoltare con finta partecipazione, furono il sigillo plastico che il barbaro, alla fine, era stato addomesticato e poi digerito da quella Roma che molti sognano di distruggere o sovvertire ma che puntualmente, almeno da qualche millennio, è più probabile che ti faccia smarrire nei suoi meandri o inabissare nelle sue sabbie mobili senatoriali.



