Autonomia differenziata, il progetto che divide il Paese

di Enzo Maraio

La firma delle pre-intese sull’autonomia differenziata segna l’avvio di un passaggio politico che rischia di cambiare profondamente l’assetto della Repubblica. E non in meglio. fi difficile ignorare che dietro l’accelerazione impressa dal trio Calderoli–Zaia–Salvini non ci sia una visione di lungo periodo, ma piuttosto una strategia di consenso immediato, utile a recuperare ossigeno per la Lega nei territori del Nord. Il risultato? Un progetto che calpesta lo spirito della Costituzione, lo abbiamo detto più volte, e mette in discussione un principio cardine: l’unità sostanziale della nazione. A preoccuparsi non sono soltanto le forze politiche di opposizione. Il mondo produttivo, la Chiesa, i corpi intermedi: tutti chiedono cautela. Confindustria ha espresso timori concreti sul rischio di frammentare politiche industriali e infrastrutturali che, invece, avrebbero bisogno di coordinamento nazionale. La Chiesa parla apertamente di diseguaglianze che rischiano di ampliarsi, di una “guerra tra territori” che non serve né al Nord né al Sud, né ad un’Italia che dovrebbe guardare all’Europa anziché difendere trincee regionali. Se l’obiettivo è davvero modernizzare lo Stato, perché continuare a procedere in modo unilaterale, forzando i tempi e allontanando il dialogo? ff mentre si apre una crepa istituzionale così profonda, la premier Meloni tace. Tajani fa finta di nulla. Una prudenza che sa di imbarazzo, in un governo in cui l’autonomia differenziata è diventata una moneta interna più che un progetto condiviso. Serve all’Italia una “secessione dei ricchi”? Serve accentuare divari storici, indebolendo proprio quelle aree che hanno più bisogno di investimenti e infrastrutture? La risposta è no. Non serve al Sud, che rischia di finire schiacciato da un sistema di finanziamento basato sul gettito locale. Non serve al Nord, che ha bisogno di un Paese coeso per competere nel mondo, non di piccole patrie ripiegate su sé stesse. Non serve all’Italia, che ha già abbastanza fratture sociali, economiche e demografiche da affrontare. La vera modernizzazione non nasce dividendo, ma coordinando. Non nasce sottraendo competenze allo Stato, ma rendendolo più efficiente. Non nasce dalla fretta elettorale, ma dalla capacità di guardare oltre il ciclo delle urne. Il federalismo può essere una risorsa, ma solo se rispetta un principio fondamentale: nessun cittadino deve valere meno di un altro solo perché vive a Sud o a Nord di una linea immaginaria. La politica può ancora fermarsi a riflettere. Il Paese, invece, non può permettersi di pagare il prezzo di una scelta miope.

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