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Tibet, Villetti: Olimpiadi e repressione sono inconciliabili
martedì 18 marzo 2008
”Aderisco con profonda convinzione alla manifestazione "Siamo tutti tibetani". Pur essendo in linea di principio contrario alle sanzioni nei confronti dei paesi totalitari, poiché sono fautore del 'dolce commercio' (attraverso gli scambi di merci passano le idee), non mi pare sostenibile che si possano svolgere serenamente gare sportive nel mentre continuasse, o peggio s'aggravasse, la sanguinosa repressione in Tibet. La comunità internazionale, l'Unione Europea e l'Italia non possono, quindi, escludere aprioristicamente l'eventualità di rimettere in discussione la propria partecipazione”. Lo scrive Roberto Villetti, capolista del Partito socialista in Puglia, in una lettera mandata al direttore de “Il Riformista” Antonio Polito e a Radio Radicale, aderendo alla manifestazione di solidarietà per il Tibet organizzata domani pomeriggio a Campo De' Fiori, a Roma.
“Prima di arrivare a questo passo, che potrebbe essere controproducente, - prosegue l’esponente socialista - è necessario comunque far propri gli obiettivi enunciati dal Dalai Lama, tra i quali non c'è il boicottaggio delle Olimpiadi, e quelli di Amnesty International, e chiedere che siano aperte le porte in Tibet a ispettori delle Nazioni Unite e alla stampa internazionale. Tutti si augurano un'evoluzione di un regime che resta totalitario, ma sarebbe un errore – conclude Villetti - porsi in una posizione di attesa di un avvento della libertà in Cina, come conseguenza automatica dell'apertura di questo grande paese ai mercati internazionali, rinunciando a forti iniziative per la difesa dei diritti umani”. I
ntanto mentre nelle strade di Lhasa domina una calma apparente imposta dal pugno di ferro di Pechino (senza che tuttavia siano cessate del tutto tanto le manifestazioni che gli arresti) la crisi tibetana assume connotati sempre più politici e ufficiali, con scambi di accuse tra il governo cinese e quello tibetano in esilio. Il premier cinese Wen Jiabao ha in queste ore affermato che le "violenze" commesse dai manifestanti tibetani contro "innocenti cittadini e le loro proprietà" sono fomentate dal Dalai Lama in persona, al fine di "sabotare le Olimpiadi". "Il loro comportamento - ha detto Wen - dimostra che tutte le loro affermazioni sul fatto che chiedono l'autonomia e non l'indipendenza non sono altro che menzogne". Il premier ha inoltre respinto al mittente le accuse del leader spirituale tibetano a proposito del "genocidio culturale" che le truppe di Pechino starebbero compiendo nella regione. "Se il Dalai Lama rinuncia all'indipendenza e accetta che il Tibet e Taiwan sono parte integrante della Cina - ha aggiunto Wen - allora la porta per il dialogo è aperta". Il Dalai Lama, dal canto suo, ha a sorpresa dichiarato in una conferenza stampa a Dharamsala, in India, di avere come "unica opzione le dimissioni se le cose vanno fuori controllo". Il leader spirituale buddhista ha anche aggiunto che l'indipendenza della regione è "fuori questione".