“Ci ha lasciato un grande socialista, un testimone partecipe della lotta per la democrazia in Italia come nel resto dell’Europa”.
Questo il commento di Riccardo Nencini segretario del PSI, appena appresa la notizia della scomparsa di Antonio Giolitti avvenuta la scorsa notte a Roma.
“Fu un leader che seppe capire prima degli altri e scegliere la strada del riformismo con limpida coerenza, un esempio per i socialisti e per tutta la sinistra italiana. Era un riformista autentico e grande fu il suo contributo anche nell’attività di governo, dimostrando – conclude Nencini - che il centrosinistra era un’opportunità di crescita e di modernizzazione del Paese”.
Antonio Giolitti, nipote dello statista liberale Giovanni Giolitti, dopo la laurea in legge nel 1940 si iscrisse al PCI allora in clandestinità.
Partecipò alla resistenza e insieme a Giancarlo Pajetta fondò le brigate Garibaldi. Gravemente ferito in battaglia nel 1944, fu curato in Francia da dove nell'aprile del 1945 rientrò in Italia alla vigilia della Liberazione.
Nel 1945 fu sottosegretario agli Esteri nel governo di Ferruccio Parri. Eletto membro dell'Assemblea costituente nel 1946 fu deputato dal 1948 al 1957, quando, in seguito ai fatti di Ungheria del 1956, abbandonò il PCI per aderire al PSI con cui fu rieletto deputato dal 1958 al 1976.
Ministro del Bilancio dal 1963 al 1964, dal 1969 al 1972 e dal 1973 al 1974 nei governi di centrosinistra. Giolitti fu uno dei principali ispiratori della programmazione economica. Dal 1977 al 1985 ricoprì l'incarico di commissario presso la Comunità economica europea.
Nel 1985, in polemica con Bettino Craxi e la sua politica di rinnovamento del partito, abbandonò il PSI. Nel 1992 si ritirò dalla politica attiva.
Nel 2006, in occasione dell'anniversario dei fatti di Ungheria, Antonio Giolitti ha ricevuto l'omaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il quale, recandosi personalmente nella sua abitazione romana, ha riconosciuto che cinquant'anni prima la ragione stava dalla sua parte.