(Gim Cassano*) La vicenda regionale siciliana, che ha portato al varo di un governo di finti “tecnici” nominati dai partiti o dai pezzi di partiti partecipi dell’accordo (MPA, PD meno qualcuno contrario, API, finiani, una parte dell’UdC), rappresenta l’ultimo stadio del degrado della politica in Sicilia; ma rappresenta anche ed al tempo stesso un archetipo, in quell’isola portato alla perfezione, di cosa potrebbe avvenire alla politica nazionale.
E’ sicuramente un mio limite, ma devo confessare di non riuscire a comprendere, ed anzi, di provare una profonda noia nei confronti delle infinite e pirandelliane vicende di una politica, quella siciliana, nella quale interessi, storie personali, trasformismo ed opportunismo determinano la sostanza dei comportamenti in modo ben più efficace di qualsivoglia concezione politica; in essa, dietro quel che appare, scavando, si ritrovano il più delle volte realtà nascoste e profonde, sovente inconfessabili ed inconfessate, che costituiscono, esse sì, la struttura della politica, mentre concezioni ed idee altro non sono, marxianamente, che labili sovrastrutture.
Al centro del nuovo esecutivo siciliano sta una sorta di Cuffaro senza cannoli, il cui percorso (si fa per dire politico) fuori dall’UdC prende l’avvio, anni fa, dalla mancata nomina a ministro nel secondo governo Berlusconi; costui è al centro di un perfetto sistema di clientele che ha dominato e domina Catania, ed oggi controlla buona parte della Sicilia. Sanità, eolico, fotovoltaico, inceneritori, sono i campi sui quali si cimenta la politica siciliana, in un turbinio di interessi alternativamente contrapposti e ricomposti, che spiegano rotture ed alleanze. La rottura tra Cuffaro e Lombardo, e tra costui ed il PdL, ha per centro null’altro che la mappa della distribuzione del potere (e degli interessi) in Sicilia, e fanno sorridere quelle anime candide che, da 1000 chilometri di distanza, salutano questo pasticcio come un colpo inferto al berlusconismo.
Nel frattempo, l’Isola vive una crisi senza precedenti, soprattutto sul piano occupazionale: la Pubblica Amministrazione, prima industria della Sicilia, paga i fornitori quando può e come può; molti Comuni, ad iniziare da Catania, sono sull’orlo del dissesto, che si cerca in tutti i modi di nascondere e non far dichiarare, nel timore di inevitabili indagini e provvedimenti amministrativi, che forse farebbero un po’ di luce su gestioni clientelari, interessi privati, bilanci oscuri, sprechi, malversazioni. Ogni tanto, le strade di Catania, a scacchiera, sono buie per le bollette non pagate; l’emergenza rifiuti incombe, e sono frequenti in molte città gli scioperi degli spazzini non pagati da Ditte a loro volta non pagate; molti autobus del servizio pubblico non operano per guasti ed assenza di ricambi: in una parola, la Pubblica Amministrazione sta venendo meno ai minimi e più elementari suoi doveri istituzionali. Se questa situazione non ha radici immediatamente vicine nel tempo, è però evidente che le maggiori responsabilità al riguardo ricadono su coloro che nell’ultimo decennio hanno gestito Regione, Provincie, Comuni. E, sul piano personale e politico, coloro che, a cominciare da Lombardo, animano questa giunta, sono stati i principali protagonisti di questi criteri di gestione della cosa pubblica.
Non c’è da stupirsi quindi, del comportamento di figure di tal fatta, solidamente ancorate a qualsiasi carro purchè consenta di restare comunque al governo (anzi, ad “esser presenti nelle istituzioni”, come con nuovo eufemismo ora si dice). Inutile quindi prendersela con loro: resteranno sempre, simili a se stessi, quel che sono sempre stati: gli eredi del trasformismo ed opportunismo della peggiore parte della vecchia DC: sempre pronti ad cucire e scucire alleanze, sempre alieni da ogni concezione di una democrazia reale e non fatta di parole, sempre pronti ad usare gli strumenti democratici come pezzi di un gioco al fondo del quale altro non c’è che gli affari e gli interessi personali e di camarilla, se non di cosca, sempre pronti a concepire, in funzione di questi, “nuovi percorsi politici” (altro neologismo di moda).
E l’ipotesi di ricorrere alle urne, unica soluzione di democratica ragionevolezza, non ha neanche lontanamente sfiorato le menti di questi signori.
Ma, ciò detto, non si può passare sotto silenzio il significato e la pesante responsabilità per la partecipazione a questo governo regionale di PD, di API, e dei futuristi di Fini.
Circa il PD, c’è poco da dire: è l’ennesima conferma della natura di un partito riguardo al quale l’unico dubbio possibile è se abbia smarrito la bussola della politica o se non l’abbia mai posseduta. E poco importa se ciò riguardi i “democratici” siciliani e non il partito nazionale, che avrebbe potuto -e dovuto- intervenire ad impedire, sconfessandola, questa operazione. Bisogna chiedersi, allora, cosa c’entri tutto ciò con il “Nuovo Ulivo” di cui parla Bersani, se questa barocca meraviglia della politica faccia parte del modello di buon governo che i democratici intendono proporre all’Italia, e se veramente il PD ritiene che sia questa la strada per convincere gli elettori più volte delusi del centrosinistra per tornare a votare, ed a votare PD. E sorge il sospetto che la tolleranza dimostrata dal gruppo dirigente nazionale nei confronti della scelta del partito siciliano dipenda da una del tutto inutile ed improduttiva volontà di non creare un clima di rapporti difficili con Casini.
Altro discorso per quanto riguarda i “finiani” ed API. Dopo il discorso di Mirabello, coloro che vi avevano visto una rivoluzionaria novità nella destra italiana, sono serviti. E sono serviti anche coloro che hanno visto in API quel movimento nuovo e di stampo liberale che Rutelli, mentre cerca di imbarcare di tutto, tenta di accreditare. Al riguardo, non è inutile ricordare come 2 giorni fa, il 20 Settembre, proprio Francesco Rutelli abbia auspicato un “terzo polo, composto da API, UdC, Fini, e dal MPA di Lombardo: appunto, dai protagonisti (eccezion fatta per il PD) del nuovo governo regionale siciliano.
Che, a questo punto, non può non esser visto che come una prova tecnica di centrismo, attuata col sostegno del PD nell’unica Regione Italiana in cui ciò sia numericamente possibile. Se questa barocca operazione fa parte dei criteri che presiedono alla proposta politica del Terzo Polo, chi in buona fede vi aveva creduto vedendovi una strada per uscire dall’impasse in cui è finita la politica italiana, avrà -mi auguro- di che ricredersi vedendovi una totale inconsistenza politica.
Ma, ancora una volta, la responsabilità maggiore di questa vicenda va ascritta a chi vi ha fornito il necessario sostegno venendo meno al proprio ruolo di maggior forza dell’opposizione. Al riguardo, è da segnalare la balbettante presa di posizione di Rita Borsellino (ex icona della sinistra siciliana, iscrittasi al PD in qualità di candidato, poi eletto, al Parlamento Europeo, avendovi visto un più sicuro approdo), che ha dichiarato la propria “contrarietà” alla presenza del PD nel Lombardo-quater, per poi subito dopo aggiungere: ”certo, bisogna giudicare sui fatti”. Appunto, il barocco in politica.
*Alleanza Lib-Lab