(Italia Vitiello*) Se non un evento epocale, è senz'altro un forte cambiamento quello che la riforma Gelmini ha introdotto nelle scuole superiori.
Aspetti positivi e negativi della riforma vengono in questi giorni evidenziati e discussi da esperti del settore, rappresentanti del tessuto produttivo del Paese, sindacati, docenti, famiglie e studenti.
Gli aspetti positivi si individuano nella semplificazione degli indirizzi, che nei licei per la proliferazione delle sperimentazioni erano diventati 396 cui si aggiungevano 51 progetti, nel potenziamento dello studio delle lingue e delle discipline scientifiche, nel rilancio degli istituti tecnici e professionali, nei rapporti più ampi con il mondo del lavoro e con le Università.
A questi aspetti si aggiungono una maggiore flessibilità dell'offerta formativa dei singoli istituti con una gestione autonoma che va dal 20% al 30% del monte orario annuo, la riduzione complessiva delle ore di lezione in tutti i corsi.
Sei saranno i licei: classico, scientifico, linguistico, artistico con i suoi sei indirizzi, musicale e coreutico, delle scienze umane. Per il liceo scientifico è previsto un secondo percorso con l'Opzione scienze applicate, in cui convergono le passate sperimentazioni di carattere scientifico tecnologico. Il liceo delle scienze umane accoglie le sperimentazioni del liceo socio-psicopedagogico, una volta detto istituto magistrale. Il liceo musicale e coreutico, con i suoi rapporti con i conservatori e le accademie di danza, viene considerato la vera novità della riforma.
Le ore di lezione settimanali saranno 27 nel primo biennio e 30 nel secondo biennio e nel quinto anno, ad eccezione del liceo classico che prevede 31 ore negli ultimi tre anni, dell'artistico in cui si passa dalle 34 ore del biennio alle 35 del triennio, del musicale e coreutico con le sue 32 ore di lezioni settimanali.
L'introduzione delle Scienze naturali (Biologia, Chimica e Scienze della Terra) nel primo biennio del liceo classico, oltre ad anticiparne lo studio, va a colmare una vecchia lacuna dell'insegnamento scientifico che non forniva allo studente di Biologia, che ormai si spinge alla composizione molecolare delle strutture, i necessari e propedeutici elementi di Chimica.Per sanare questa situazione i singoli Istituti ricorrevano a vari tipi di sperimentazione.
Semplificato anche l'ordinamento degli Istituti tecnici. Due solo i settori, l'economico con due indirizzi e il tecnologico con nove indirizzi. La riforma prevede un poten-ziamento delle attività di laboratorio, che dovrebbe andare incontro alla richiesta, attualmente non soddisfatta, di competenze da parte del mondo produttivo. Qui la flessibilità nella scelte delle materie può raggiungere il 35% del monte orario annuo.
Gli istituti professionali si articolano nei settori Industria e artigianato con due indirizzi e Servizi con quattro indirizzi. La riforma prevede per questi istituti non solo i corsi quinquennali, ma anche percorsi formativi di ciclo più breve e compatibili con la prosecuzione degli studi, ovvero qualifiche al terzo anno e diplomi professionali al quarto. Questi elementi dovrebbero rendere più competitivi i corsi professionali.
Da questa riforma, è evidente, l'assetto delle scuole secondarie, esce in gran parte modificato.
E gli aspetti negativi? Nel merito, incontrano pareri sfavorevoli l'accorpamento dello studio della geografia con quello della storia , la riduzione delle ore di lezione del latino nel liceo scientifico.
Più ampiamente, mancano nel corpo della riforma riferimenti agli obiettivi dell'apprendimento, ai criteri di valutazione didattica, che dovrebbero non discostarsi molto da quelli dell'Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione); manca un preciso riferimento alla formazione dei docenti, agli incentivi, in sostanza alla qualificazione dell'insegnamento.
Il rilievo generalizzato, unanime direi, mosso alla riforma è che in relazione alla notevole riduzione delle cattedre che la riforma comporta (circa 17.000) e quindi delle spese per il settore scuola, non sia previsto alcun reinvestimento delle risorse nello stesso settore.
Si tratterebbe dunque di una riforma che non reinveste gli utili derivati dagli imponenti tagli in progetti di complessiva riqualificazione della scuola (leggi attrezzature e adeguamento dei laboratori, contingente di assistenti tecnici sufficiente, formazione in servizio dei docenti, incentivi.) Proprio in questo momento, alcuni dirigenti delle scuole superiori fanno rilevare che mancherebbero persino risorse per le spese del normale funzionamento. Considerato che lo sviluppo del Paese affonda le sue radici nella formazione scolastica e universitaria, una riflessione sulle risorse si impone.
Mancano dunque importanti tasselli nella riforma Gelmini, tasselli senza i quali l'intero impianto rischia di essere minato da inadeguatezze e inefficienze.
Giusto ridurre il numero delle ore di lezione e avvicinare il rapporto numero docenti /numero di alunni a quello delle scuole superiori degli altri Paesi europei, ma perché trascurare tanti altri aspetti che invece ci allontanano dal contesto europeo?
L'analisi comparativa dei sistemi educativi europei non dovrebbe esaurirsi in poche voci, ma spingersi sino a prendere in esame la spesa per l'istruzione in rapporto al Pil, la formazione in servizio e il trattamento economico dei docenti, la progressione delle carriere, gli incentivi.
Più vicini dunque agli altri Paesi o ancora lontani dal contesto europeo?
Bisognerà aspettare l'applicazione delle linee fondamentali della riforma, che coinvolgerà dall'anno scolastico prossimo le prime classi degli istituti, per poter abbozzare risposte e aggiustamenti.
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