(Simona Bonfante*) Se un laureato guadagna meno di un diplomato significa che l’investimento in sapere è improduttivo. In realtà non è proprio così. Improduttiva è la spesa che si affronta per mantenere un figlio parcheggiato per qualche anno in un esamificio qualunque che non produce sapere ma titoli con cui compilare, più o meno inutilmente, il CV.
Improduttivo non è l’investimento in sapere ma la spesa sostenuta per acquisire un titolo che non ha altro valore se non quello della certificazione burocratica. Ed infatti non è il pezzo di carta che nel mondo reale, ovvero quello delle imprese e delle professioni, orienta i criteri di selezione delle risorse umane. Semmai è l’affidabilità di quel pezzo di carta, ovvero la reputazione ed il rating dell’ateneo che l’ha rilasciato.
Il valore legale del titolo di studio aveva senso quando il mercato del lavoro era prevalentemente ritagliato sul pubblico, con il suo sistema di reclutamento fondato sul concorso e dunque sulla burocratica classificazione dei requisiti minimi di accesso. Aveva senso, insomma, in un’era laburista fa. Ma oggi, oltre che un’aberrazione culturale, il valore legale del titolo accademico, è anche un ostacolo concreto all’affermazione dell’universalità del diritto allo studio.
È un’aberrazione culturale perché induce a ritenere che l’Università sia una specie di tangente la cui contropartita è il lavoro. Ed in quest’ottica, è normale si auspichi la proliferazione degli atenei facili, quelli sotto casa, quelli che la retta è così bassa da essere alla portata di tutti – e poco importa che in realtà a pagarli siano gli stessi contribuenti a reddito fisso che, con le loro tasse, non finanziano solo il titolo fasullo dei propri figli ma pure l’istruzione vera dei figli dei loro concittadini ricchi.
Ed è un ostacolo al diritto allo studio, il valore legale del pezzo di carta, perché mantenere produttori di titoli con il denaro pubblico equivale a impedire ai tanti studenti bravi – che spesso vengono dal sud e da famiglie meno abbienti – di accedere attraverso borse di studio vere nelle università migliori, che sono tali perché garantiscono l’accesso ad un numero chiuso di studenti e perché impongono rette alte per garantire una didattica di qualità ed una ricerca produttiva. Quelle Università, insomma, in cui l’investimento è finalizzato a produrre sapienti per elezione – non titolati d’ufficio. Ed il sapere – non i titoli – rende quel investimento produttivo.
In nessun paese al mondo il diritto allo studio si realizza garantendo agli studenti un parcheggio cheap in un titolificio purché sia.
In nessuna parte dell’universo culturale progressista si accetta di sacrificare il talento sull’altare di una fraintesa rivendicazione classista, ovvero a favorire l’omologazione al ribasso da realizzare attraverso l’Univesrità di massa contro un sistema fair, trasparente e virtuoso di borse di studio che, premiando la capacità e l’impegno, si prefigga di annullare il gap socio-economico della famiglia di provenienza realizzando una competizione ad armi pari da giocarsi sul valore umano, non il reddito.
Il nodo culturale sta nella parola “competizione”. Quella parola che la sinistra italiana ha ammonito per decenni dal respingere definendola una sorta di cavallo di Troia della destra reazionaria che, se accolto, costringerebbe ad abiurare quel must della retorica pauperista che è l’eguaglianza. E poco importa che i fatti dicano altro. Ovvero che si è eguali se si hanno le medesime chance di accedere alle opportunità, non se si è costretti a negare il proprio valore pur di non far emergere le differenze.
In nessun paese al mondo il socialismo progressista si culla dell’ipocrita garanzia egalitarista del diritto al titolo piuttosto che al sapere, ignorando (o fingendo di farlo) che è proprio il sapere – non il titolo – la leva di quel ascensore sociale che in Italia ha ormai solo il suono della chimera.
Perché innanzi alla mortificante squalificazione del nostro sistema universitario, alla sua plateale distorsione rispetto alle opportunità di farsi argine della differenza tra ricchi e poveri, a cospetto della sua irrilevanza rispetto alla possibilità di condizionare, in positivo, il futuro di una persona, ebbene perché di fronte a tutto questo la sinistra progressista – il socialismo – non si sogna neanche di farsi paladina del cambiamento?
Il socialismo progressista non può non intestarsi la causa dell’abrogazione del valore legale del titolo di studi. Non può non sentirsi intimamente motivato a mobilitare gli studenti contro gli atenei fasulli pagati con le tasse dei loro padri. Non può non battersi in nome di quel principio eminentemente di sinistra che è il merito.
Innanzi alla drammatica evidenza del crollo delle iscrizioni universitarie tra le fasce sociali più deboli mi chiedo quali siano le Ragioni del Socialismo.
Il socialismo è progresso – non nel senso banale della rincorsa all’ultima moda culturale; é liberazione dei più deboli dai vincoli che ne impediscono la crescita, il progresso appunto. Non è la difesa social-corporativa di una condizione di subordinazione ma semmai l’impegno per la sua “emancipazione”. Poiché se i deboli rimangono deboli il socialismo ha perso.
Ci saranno sempre dei “più deboli” nella società. Perché la società non è un monolite. Non sono monolitici i meccanismi economici che ne reggono gli equilibri. Ed è per questo che il socialismo è dinamico, innovatore ed anticipatore dei fenomeni in divenire. Oppure non è.
I “più deboli” oggi in gran parte sono i giovani. E quei giovani deboli vanno resi forti, non mantenuti nella loro debolezza. È questo l’obiettivo del socialismo.
Attorno alla parola “socialismo” proliferano circoli più o meno ispirati a motivi identitari, in cui ci si appassiona alle diatribe storiche ed alle rivendicazioni faziose.
Mi duole constatare tuttavia come raramente, tra compagni, ci si prefigga l’obiettivo di restituire quella parola al suo senso originale, che non è la perpetuazione di ricette elaborate nella preistoria fordista, ma la attualizzazione degli strumenti attraverso cui perseguire l’obiettivo di sempre: il progresso dell’individuo.
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