LIBERO DI REMARE, SEMPRE CONTROCORRENTE.
Di Mauro Del Bue

Mi spiegò che eravamo anche parenti. E una volta, correndo per gli
scoscesi viottoli di Broletto di Albinea, una signora in nero, tra
profumi di arrosto che fumavano da casa, mi gridò che era sua cugina.
Era nato a Reggio Emilia nel 1927, Venerio Cattani, laureato come me in
filosofia e come me ammalato di politica fin da ragazzo e mai più
guarito. Un vecchio socialista mi raccontava di quando, nel 1945,
Venerio aveva ancora i pantaloni corti e contestò al Teatro Municipale, con
sfrontatezza, il leader socialista reggiano Alberto Simonini (per poi
dargli abbondantemente ragione in seguito), e poi di quando Venerio
partì per Roma, perchè chiamato alla Direzione da Rodolfo Morandi. Da
allora, e siamo nel 1947, Cattani lasciò Reggio Emilia per diventare un
politico globe trotters. Da Roma fu inviato, come segretario provinciale
del Psi, prima a Ravenna e poi a Ferrara. E nella città estense Venerio
fu eletto deputato per la prima volta nel 1958. Già nel 1957, in
occasione del congresso di Venezia del Psi, Cattani divenne protagonista
della politica socialista, come uomo di fiducia di Pietro Nenni e
alfiere dell'autonomismo più spinto e della unificazione con Saragat.
Anzi, si parlò di lui come del naturale vice segretario di De Martino,
quando, nel 1964, Nenni fu vice presidente del Consiglio. Preferì
seguire il vecchio Pietro al governo e fu all'agricoltura, al commercio
estero e al tesoro, come sottosegretario. Alla Camera rimase fino al
1972, quando venne battuto inopinatamente da un funzionario bolognese.
Da allora fu membro del Consiglio di Stato. Cattani fu tra i
migliori della vecchia nomenclatura politica. Colto, fresco, mai
retorico, col periodare semplice e diretto, lucido e razionale, sempre
pronto al sarcasmo e al paradosso. Claudio Martelli un giorno mi
confessò: "Noi giovani eravamo tutti con Cattani, perchè lui era
"ragionamento puro". Mio padre si ritagliava tutti i suoi interventi in
Comitato centrale pubblicati sull'Avanti! Non era mai banale e scontato.
Sapeva sorprenderti. Se sosteneva una tesi te la dimostrava col suo
itinerario di deduzioni. Ed era, naturalmente, come tutti i grandi
politici, giornalista di razza. Scriveva su "Il Giorno", su "Il Tempo",
oltrechè sull' Avanti! Sempre con l'inchiostro intinto nel cervello.
E nella risata, anche grassa, tipica degli emiliani. Scrisse anche libri
di storia, come quello su Leandro Arpinati e Torquato Nanni, ma anche
saggi, libelli, favole, storie attinte dalla realtà e manipolate dalla
sua fantasia. Come quella su Teodoro, re di Corsica, che presentammo
insieme a Reggio con Franco Boiardi, qualche anno fa. Gli piacevano i
personaggi liberi, originali, eretici. Come in fondo era lui. Libero di
remare, sempre controcorrente.